giovedì 19 febbraio 2015

L'Uomo Ragno

"Ya running and ya running / But ya can't run away from yourself"   
Running Away - Bob Marley   

Fino alla prima versione cinematografica di "Superman" (quella con Christopher Reeves, per intendersi) , il primo vero film di successo di quel genere, il mondo dei supereroi era relegato alla carta, ingabbiato, e neanche troppo, negli albi colorati della Corno. In precedenza c'erano stati dei tentativi di trasportare la magia dei fumetti sullo schermo, quasi sempre produzioni per la televisione, come il meraviglioso "Batman" interpretato negli anni '60 da una "atletico" Adam West, una specie di diorama che già sapeva di vintage in quegli anni, dove i cattivi erano bidimensionali e dove Batman non perdeva occasione per spiegare ai giovani spettatori come fare i bravi e come fosse bello rispettare le regole. Verso la fine degli anni settanta arrivarono anche in Italia le serie TV che nel frattempo le varie emittenti USA stavano producendo, come "L'uomo di Atlantide", ispirato al personaggio di Aquaman, una versione discretamente dimessa. 

Molto più apprezzata erano invece le avventure di Hulk, che aveva la sigla di coda più triste della storia della TV (cercatela e fatemi sapere se mi sbaglio) ed effetti speciali ridotti all'osso, ma sufficienti a riempire di meraviglia i ragazzini della mia età, al punto che quando un mio amico, un po' più grande di me, disse che Hulk non era un robot ma bensì un culturista dipinto di verde, feci molta fatica a credergli. Comunque quello che mancava per consacrare il passaggio dalla carta alla pellicola era un vero e proprio film per il cinema. Il 12 maggio 1978, dopo molto insistere, venni accontentato da mio padre, che mi portò a vedere "L'Uomo Ragno" al cinema Rossini di Venezia, una delle più grandi sale del centro storico, tornata di recente ad essere nuovamente un cinema dopo anni di abbandono. La pellicola sull'Uomo Ragno non era esattamente una produzione cinematografica, in realtà era stato pensata come serie TV dai produttori americani, ma in Europa si preferì distribuirlo nelle sale. 
Per usare un termine tecnico, il film è una merda, la storia ha dei buchi colossali inspiegabili, gli effetti speciali sono imbarazzanti anche per quegli anni, a partire dalla rete sparata dei polsi del buon Spider Man, una specie di cordino di lana, fino alle sue arrampicate sulle facciate di palazzi, che anche ad un bambino di 9 anni sembravano esattamente quello che erano, cioè dei "bassorilievi" orizzontali sui quali l'attore si limitava a correre a quattro zampe.
 

Ciò nonostante rimasi catturato da quel film, dopo aver letto per anni le sue storie sugli albi della Corno, vedere l'Uomo Ragno dal "vivo" mi sembrava un sogno, se qualcuno avesse fotografato la mia faccia alla fine del film, avrebbe capito il significato della felicità. Mentre uscivamo dall'enorme sala del cinema Rossini, un vecchio si parò davanti a mio padre e gli sibilò qualcosa, io capii l'ultima parola, "kociss", chiesi a mio padre se conoscesse quel signore, mio padre disse di no. Poi gli chiesi se sapeva chi fosse questo Kociss, lui mi disse di si e mi raccontò la sua storia. 
All'epoca Silvano Maistrello, per tutti Kociss, aveva circa 30 anni, era nato poco dopo la fine della seconda guerra mondiale a Castello, la zona più popolare di una Venezia ancora città normale, povera ma non ancora narcotizzata dal turismo, la sua casa si trovava in via Garibaldi, proprio nel cuore di Castello, un sestiere off limits in quegli anni per i turisti ma anche per molti veneziani (mia zia ci entrò per la prima volta da maggiorenne, nei primi anni 60, e ancora lo racconta come una sorta di viaggio in un mondo lontano e selvaggio).
 

L'infanzia di Silvano non e delle più felici, la sua è una famiglia poverissima e particolare in una zona della città di per se difficile, abita con il nonno spazzino, la nonna casalinga, e i numerosi fratelli che gli regala la madre, sempre da padri sconosciuti, che porteranno tutti il suo cognome. Da bambino è gracile, sporco e sempre affamato, la reputazione della madre lo rende oggetto di disprezzo e derisione da parte di tutti, in questi anni probabilmente accumula rabbia nei confronti di chi ha di più, e un amore incondizionato per la propria famiglia. Da ragazzino inizia a farsi notare per la sua agilità incredibile, una specie di piccolo "Uomo Ragno", e le sue doti atletiche da portiere. Mio zio, suo coetaneo, mi ha raccontato di averci giocato contro e mi ha assicurato che era il miglior portiere che avesse mai visto in azione, ma detto da mio zio, la cui fantasia farebbe invidia al barone di Munchausen, potrebbe anche non essere vero, se pur la stessa notizia l'ha riporta il giornalista Roberto Bianchin nel suo bel libro "Kociss". 
Purtroppo però Silvano non è nella condizione di poter continuare a giocare a pallone, da adolescente già si mette nei guai con le istituzioni, che pensano sia meglio tirarlo fuori da quella situazione famigliare così deteriorata per metterlo in collegio, uno dei numerosi casi di tempistica sbagliata della vita del Kociss. La sua rabbia è ormai un fiume di lava incandescente, che non si può spegnere con un secchiello d'acqua. I primi “atti criminali“ di Silvano sono furti nelle case dei ricchi o nei negozi di pellicce, le rapine, quelle vere, avverranno nella seconda fase della sua carriera da bandito. Intanto il mito del Kociss continua a crescere e supera i confini di Castello per diventare il simbolo della ribellione per molti giovani della provincia veneta. Sembra imprendibile, e anche quando succede che la Polizia riesca a bloccarlo, lui trova sempre un modo per scappare. 
Le sue fughe rocambolesche riempiono le cronache dei giornali alimentando la sua leggenda, una volta riesce a scappare dal carcere di Treviso saltando da oltre 4 metri d'altezza (altro che Uomo Ragno) mentre i mitra delle guardie che dovevano fermarlo s'inceppavano, un'altra volta fugge durante un trasferimento in treno, lanciandosi dalla carrozza in corsa, addirittura scappa direttamente dal tribunale di Venezia. Anche quando tutta la polizia lo cerca, continua a materializzarsi in via Garibaldi, per trovare l'amata sorella, o per regalare qualche soldo a chi non ne ha. Inoltre tutti sanno che non ha mai sparato, non ha mai ucciso nessuno, menato le mani si, ma usato una pistola mai. Non ha ancora trent'anni ma Kociss oramai è una leggenda, un bandito dal cuore d'oro, una specie di Robin Hood. A metà anni settanta molta della criminalità assume colorazioni politiche, c'é chi stringe alleanze con la destra eversiva e i servizi deviati, come succede per la Banda della Magliana, e chi si avvicina alle Brigate Rosse, come pare capiti a Silvano, di certo il suo carisma e la sua personalità non lo rendono un bandito comune. 
Sempre negli anni settanta scoppia il business della droga, dell'eroina in particolare, traffico gestito da criminali che capiscono che con la droga si guadagna di più e si rischia di meno rispetto a rapinare banche. Ma spacciare droga vuol dire avvelenare decine di ragazzi, spesso dei quartieri più poveri, come appunto Castello a Venezia. Siccome lui é il Kociss, sa che non potrà sottrarsi dal gestire questa traffico, e forse anche per questo Silvano matura l'idea di mollare tutto e volare a Londra dalla sua donna (dalla moglie si era già separato), una ragazza inglese dalla quale aveva avuto un figlio. Prima però progetta l'ultima rapina, giusto per partire con un po' di contanti. Il piano é semplice, prevede un colpo in una banca del centro storico di Venezia, la fuga in barchino, nascondersi qualche giorno e finalmente lasciare la sua carriera criminale una volta per tutte. Del colpo sono informati un paio di amici stretti, forse quattro. 

E' il 12 maggio 1978 quando Kociss esce dalla banca assieme al complice, al solito senza aver sparato un colpo, saltano nel barchino e si dirigono verso la laguna , puntando al canale dei Mendicanti, che costeggia il Campo SS Giovanni e Paolo, dove si trova l'ospedale principale della città. La reazione della Polizia é a dir poco imprevedibile, i punti di fuga dalla banca rapinata sono molti, stranamente però le barche della Polizia escono in laguna e si dirigono proprio verso il canale dei Mendicanti, l'ipotesi che qualcuno abbia fatto la spia è rafforzata dal fatto che molti testimoni affermano di aver visto galleggiare nei canali della zona dei sacchetti di plastica. 
Per i non veneziani il sacchetto di plastica è la kryptonite di tutti i motori, infatti il vortice causato dall'elica in movimento risucchia il sacchetto che finisce per avvolgerla, provinandone il rallentamento e a volte il blocco totale. Non a caso a Venezia, quando qualcuno inciampa con le parole o balbetta gli si chiede se "Ti ga ciapà un nailon?" (Hai preso un nylon?). Il barchino del Kociss è ad un centinaio di metri dalla laguna aperta, ma il motore, proprio per colpa di un "nailon" si ferma, una barca della polizia si mette di traverso al canale e gli blocca la fuga, altri poliziotti sono sul campo che si affaccia sul canale, che aspettano, evidentemente sanno chi è quel tipo col passamontagna e il giubbino antiproiettile, lui non si perde d'animo, volta le spalle ai poliziotti e cerca di far ripartire il motore. 
A quel punto uno degli agenti, il più giovane, perde la calma e spara, la mano non è ferma e i colpi mancano Silvano, colpiscono però il motore e rimbalzano, infilandosi esattamente in quei centimetri di fianco lasciati scoperti dal giubbino e recidono l'arteria di un rene. Mi sono immaginato quella scena mille volte, con il poliziotto che spara al ralenty, e con Bob Dylan che in sottofondo canta "Knocknin' on heaven 's doors", sapendo che nessuno avrebbe aperto a Silvano, perché è vero quello che cantava Alberto D'Amico, un cantante che una volta si definivano "di protesta", coetaneo di Kociss: " ma in paradiso ghe xè i caenassi / la magna solo chi ga i palassi". (Ma in paradiso ci sono i catenacci / li mangia solamente chi ha i palazzi). 

L'ospedale è letteralmente ad un minuto dalla barca, ma quando Kociss ci arriva non c'è più niente da fare. All'epoca non ci sono cellulari eppure la notizia impiega attimi ad attraversare la città, ed è quello che sta dicendo quel vecchio a mio padre all'uscita dal cinema: "I ga copà el Kociss", hanno ucciso il Kociss. Di solito i banditi vengono freddati dentro le proprie macchine, oppure davanti a qualche palazzone squallido delle periferie italiane, ma siccome siamo a Venezia, anche gli omicidi godono di una location artistica, così Silvano Maistrello, detto Kociss, finisce la sua ultima fuga davanti ad uno dei più belli fondali della città, il campo SS Giovanni e Paolo, se aveva vissuto l'infanzia circondato dallo squallore, i suoi ultimi istanti li passa immerso nella  bellezza.

 

Circa una settimana dopo si svolgono i funerali, ovviamente in via Garibaldi, stracolma di persone venute a salutare l'ultimo bandito di Venezia, il figlio maledetto, cresciuto a botte e fame, che la rabbia aveva fatto diventare loro Re, senza che lui lo volesse. In un mondo perfetto Kociss sarebbe cresciuto in una famiglia povera ma dignitosa, come ce n'erano a centinaia in quel periodo, forse sarebbe riuscito a diventare un vero portiere, e forse adesso sarebbe un pensionato che passa le giornate tra ombre e chiacchiere. In un mondo meno perfetto, nessuno avrebbe fatto la spia, nessun "nailon" avrebbe bloccato la sua fuga, e adesso probabilmente Kociss sarebbe un signore veneziano a Londra. 
Ma in questo mondo, l'unico che abbiamo, un signore, pentito, che di nome fa Felice e sulla carta d'identità ha scritto "imprenditore",  guida macchine sportive indossando foulard di seta, dopo aver scontato in carcere una media di quattro mesi per ogni persona che ha ucciso, mentre un ragazzo di trent'anni, che dalla vita ha ricevuto solo pugni in faccia, ha finito per pagare con due proiettili ogni singolo peccato commesso, proprio quando cercava di lasciare la sua vita alle spalle per cercare un sogno, evidentemente troppo grande per lui. 

Forse  semplicemente Stan Lee l'aveva già capito, facendo dire allo zio di Peter Parker: «da un grande potere derivano grandi responsabilità».

martedì 27 gennaio 2015

Musica # 30 - Space Oddity


Though I'm past one hundred thousand miles
I'm feeling very still
And I think my spaceship knows which way to go
Tell my wife I love her very much "she knows"
Ground Control to Major Tom
Your circuit's dead, there's something wrong
Can you hear me, Major Tom?

Space Oddity - David Bowie


Prima o poi doveva capitare, come al solito succede sempre troppo presto, quando non si è ancora pronti, ammesso che si possa mai essere pronti per certe cose.
Il Poltronauta è in silenzio radio da giorni ormai, la stazione di Controllo sulla Terra ha perso ogni contatto.

Non è chiaro se o quando tornerà, di solito dopo aver "vissuto" un bel sogno, ci si augura sempre che si ripeta, anche se sappiamo che non è vero, speriamo sempre ritorni.

In "Searching for Sugarman" il regista chiede ad un vecchio Rodriguez perchè, dopo il secondo disco, avesse lasciato la musica per fare il manovale. Lui risponde con la sua voce calma dicendo una cosa semplice ed immensa al tempo stesso "I would have liked to have continued, but nothing beats Reality".

Forse è vero, forse non si può sconfiggere la Realtà, ma sarebbe da codardi non provarci nemmeno.

In attesa di improbabili buone notizie da parte de Il Poltronauta, vi lasciamo con una manciata di post da rileggere e condividere, e una versione speciale di "Space Oddity", quella del capitano Chris Hadfield, una persona che la Realtà l'ha battuta.




sabato 17 gennaio 2015

Musica # 29 - Lessons in love

All the homes that we were building 
We never lived in 
Could be better, should be better 
Lessons in love




Lessons in love - Level 42


Non sono mai stato un animale da concerto, di solito la pigrizia ha sempre avuto la meglio su di me, e poi ho sempre pensato che vedere una band dal vivo, dividere il proprio cantante preferito con centinaia, migliaia di altre persone era un gesto di generosità troppo grande.
Senza contare che  sentire il pezzo che ami alla follia massacrato da una versione ignobile di karaoke può essere un'esperienza destabilizzante.
Certo, qualcosina qua e la mi e capitato di vedere, un "Ray Charles and his orchestra" una sera nebbiosa d'inverno nelle campagne vicentine, Miles Davis (per lo più le sue spalle) al teatro la Fenice, prima dell'ultimo spaventoso incendio, un ultraterreno Anthony (and the Johnsons) nel meraviglioso teatro Romano di Verona.

Così quando arrivai a Los Angeles per la prima volta la mia priorità non fu quella di cercare i club o i teatri dove vedere concerti che sicuramente quella città poteva offrire, semplicemente mi limitai a girare con la bicicletta in cerca di soggetti per la mia Yashica fx-3, anche se la preoccupazione maggiore mentre pedalavo tra le soleggiate strade di Santa Monica e di Brentwood era quella di evitare le macchine e conservare un po' di fiato per le salite.

Mi sarebbe piaciuto vedere i Lakers in azione, quello si, ma mio zio aveva agganci solamente per i Raiders, una delle due squadre di football che all'epoca giocavano a Los Angeles. Perciò riuscii a vedere 3 interminabili partite di football, nell'imponente Coliseum Stadium, vi assicuro però che a parte le cheerleaders, scosciate ma lontanissime, il football è di granlunga più divertente visto in TV.

In quei 5 mesi, mio zio riuscì a scroccare anche i biglietti per un paio di concerti, il primo, al quale andammo assieme, era quello di Joe Cocker, al tempo fresco di una tournée fatta in Italia assieme a Zucchero.

Grazie alle conoscenze di mio zio (ed ad una cassa di Porto) dopo il concerto andammo nel back stage, dove scambiai 2 chiacchiere con un gigantesco, nel senso di altezza, Joe Cocker, che si sorprese del fatto che non l'avessi visto in Italia (minchia, cantavi con Zucchero, mica con Bob Marley), comunque fu molto cordiale e simpatico (e ubriaco).

L'altro aggancio di mio zio mi permise di andare al "The fabulous Forum", casa madre dei miei amati Lakers, per assistere ad un doppio concerto.

La stella della serata era Tina Turner, all'epoca al culmine della sua seconda vita artistica. Per quelli della mia generazione Tina Turner era una pantera quarantenne con minigonne e tacchi, che cantava con una carica sessuale che avrebbe arrapato anche Formigoni. Il concerto fu esattamente così, con Tina che si dimenava sul palco mandando in estasi tutto il pubblico, donne e bambini compresi. 

Ecco, il pubblico. Se gran parte era lì per la "seconda" Tina Turner, essendo a Los Angeles, molti erano anche i fan della prima ora, quelli che avevano conosciuto e amato la Turner quando ancora faceva parte del duo soul "Ike and Tina Turner", composto da lei (giovanissima) e dal marito. Si scoprì poi che dietro a quel duo si nascondeva una storia di violenza e soprusi da parte del marito, ma questa è un'altra storia, ciò nonostante all'epoca riuscirono a sfornare decine di hits.

I fan della prima ora erano uno spettacolo nello spettacolo, tutti di colore, tutti over 50, vestiti come in una puntata dei Jefferson.
Il tipo davanti a me sembrava persino finto, chiuso in uno strettissimo tre pezzi di velluto marrone, con i colletti della camicia bianca così lunghi e a punta che adesso non passerebbero un controllo all'aeroporto, ma il particolare più inquietante era la chioma, lunghi capelli neri domati a fatica da chili di brillantina, evidentemente usata per anni, perchè ogni suo balzo i capelli sulla nuca si alzavano, facendo apparire una striscia scura e unta lungo tutto il colletto della giacca.

Il concerto di Tina Turner fu un tripudio di sensualità e pop soul anni '80, ma fui impressionato dal gruppo spalla, che aprì la serata in un modo che non mi scorderò mai.


Un giovanissimo Mark King

Buio totale sul palco, buio totale sugli spalti, poi all'improvviso un lampo rosso, come una spada jedi, però quasi orizzontale, quando partono le prime inequivocabili note tutti si accorgono che quella spada laser è in realtà il bastone del basso, illuminato da una striscia di led rossi, e dietro quel basso c'è Mark King che che "slappa" sulle corde con il pollice, mentre tiene lo strumento quasi sotto il mento (non proprio come lo suonava Paul Simonon dei Clash).
Parte così "Lessons in love" il più grande successo dei Level 42, e con lui parte tutto il palazzetto, che salta e canta, me compreso. 
Che ve lo dico a fare, sono gli anni '80 e quella canzone letteralmente spacca, quel giro di basso poi avrebbe fatto battere il piede a ritmo anche ad Andreotti, pure adesso che è (forse) morto.

Il testo è quello che è, parla di un amore finito, di sogni costruiti che non saranno mai vissuti, insomma, non proprio quello che ci si aspetterebbe dal ritmo allegro di questo pezzo.
Dopo quella hit i Level 42 produssero un altro pezzo ascoltabile,  "Running in the family" che assieme al precedente "Something about you" rappresenta l'esempio del loro sound, fortemente radicato negli anni '80, poi praticamente il nulla fino allo scioglimento della band, con successiva e prevedibile  reunion/nostalgia che dura fino ad oggi, esclusivamente con esibizioni live in posti sempre più piccoli.

Relegato a pulire calamari e aglio, incastrato tra l'ultimo messicano della catena di comando e il frigorifero del ristorante di mio zio, quelle furono le mie uniche "Lessons in love" del mio soggiorno Californiano, mentre di "Lessons of life" ne ricevetti di continuo, anche su base giornaliera.

Un pomeriggio, mentre stavo sistemando il vino nel bar del ristorante, notai che l’ora che segnava l’orologio sulla parete alle mie spalle era sbagliata, infatti era 5 minuti avanti rispetto a quello che stava indossando mio zio, sedutomi di fronte, tre etti di Rolex d’oro farcito di diamanti. Presi una cassa di un Sassicaia e ci salii sopra per sistemare le lancette dell’orologio. 
“Che cazzo fai?” mi apostrofò con i suoi modi garbati mio zio, quando gli fu evidente il motivo di quell’operazione mi disse di lasciar perdere, che era il suo Rolex ad essere sbagliato. Non potevo credere alle mie orecchie, dopo mesi di lezioni di vita avevo l’occasione per rifarmi, anche mio zio sbagliava allora, Fonzie non era immune dall’errore, mr perfezione aveva un orologio che costava come un fuoristrada e nemmeno funzionava troppo bene. Stavo giocando contro i Lakers da solo, ormai erano sul 140 a 0 ma dopo tanto penare potevo segnare un punto anche io. Avevo stoppato Kareem Abdul Jabbar, superato in velocità James Worthy e bevuto con una finta Kurt Rambis (ok, sul 140 a 0 potevano anche giocare i panchinari). 


Da sinistra, Robert "The Chief" Parish, Larry Bird, Earvin "Magic" Johnson, Kurt Rambis e Lew Alcindor aka Kareem Abdul Jabbar, da notare la lunghezza delle gambe e l'assenza di tatuaggi.
Stavo volando verso il canestro pronto a schiacciare quando dal nulla ecco la maglia numero 32, silenzioso come un fantasma, con uno dei suoi trucchi Earvin "Magic" Johnson mi soffia la palla, mentre sono impietrito e cerco di capire come ha fatto lui si volta e mi sorride, ha gli occhi azzurri di mio zio e mi dice: “E secondo te indosso un orologio da 40 mila dollari per sapere che ore sono?”.

Il cronometro va a zero e la sirena segna la fine della partita, il pubblico è tutto in piedi ad applaudire.

mercoledì 7 gennaio 2015

Musica # 28 - Not here, not now

Smiling faces all around us
You don't want to make a scene
Not here, not now
And I don't want to cry

Not Here, Not Now - Joe Jackson 



Ad un certo punto anche la RAi si accorse che il nuovo trend per i giovani erano i video musicali, e creò una trasmissione apposita. Nulla al confronto di DJ TV oppure di VideoMusic, ma per almeno 1 ora alla settimana il canale nazionale diventava la mia TV preferita.

La trasmissione si chiamava "Mister Fantasy" e a condurla fu chiamato tale Carlo Massarini, un giovanotto alto e magro, con una parlantina veloce, belloccio e con un ciuffo perfetto, ma non abbastanza, che lo faceva sembrare una specie di Brian Ferry stampato con la cartuccia del toner mezza scarica.

Però a me bastava, e in quell'ora la RAI apriva una finestra sul mondo dei video musicali, inutile dire che la musica (parliamo dei pieni anni '80) non era esattamente la mia preferita, però la curiosità era tale che ero disposto a subire l'ennesimo video dei Duran Duran per vedere "Rock in the Casbah" dei Clash, oppure "Steppin' out" di Joe Jackson.

Carlo "Mister Fantasy" Massarini
Adesso, con tutto disponibile sempre ovunque, faccio fatica a spiegare a mia figlia che i video musicali per noi quindicenni erano come la luna piena, sapevi che sarebbero arrivati ma c'era da aspettare il tempo e la modalità adatta.

Nella mia ultima estate da minorenne andai in Inghilterra per seguire un corso d'Inglese organizzato dalla mia scuola.
Si trattava di passare 3 settimane in qualche città sperduta nella campagna Inglese, di solito si finiva nel corrispettivo d'oltre Manica di Asti, invece, per un imprevedibile colpo di fortuna, assieme ad altri miei compagni di classe, fui mandato a Londra, precisamente nella zona dii Crystal Palace, quando me lo dissero mi sentii Willy Wonka che si ritrova in mano il "golden ticket".

Partimmo pieni di entusiasmo, ovviamente imparare l'Inglese era considerato un "danno" collaterale, a noi interessava Londra e basta. 
La classe del mio corso era fortunatamente composta da ragazzi provenienti da tutto il mondo, non solamente da Italiani, nonostante la rappresentanza della nostra scuola fosse piuttosto numerosa.
Numerosa e in prevalenza femminile, e tra le presenze femminili c'era una ragazza, un paio d'anni più grande di me, con due occhi da cerbiatto e un sorriso killer, della quale ovviamente mi innamorai subito. 

Dopo un paio di giorni feci un sogno meraviglioso, ero al "solito" pub, la serata stava finendo, quando la ragazza dagli occhi di cerbiatto mi chiese di accompagnarla a casa. Incredulo accettai e camminai con lei per circa 10 minuti, quando fu il momento di salutarci ci scambiammo un lungo bacio.
Nei giorni successivi il sogno si ripetè più volte, più o meno uguale, e mi ci volle una settimana per capire che non stavo immaginando niente, quei baci e quelle passeggiate erano tutte reali. Mi sentivo come Willy Wonka che improvvisamente scopre di saper giocare a basket come Michael Jordan.

Mi ero quasi scordato di essere Interista.

Durante quelle tre settimane cercai in tutti i modi di fotografare la "mia" ragazza, avevo una Yashica fx3 nuova da sfruttare, ma lei, come le dive degli anni '50, sfuggiva sempre al mio obiettivo (nessun doppio senso, giuro).
Alla fine riuscii comunque a catturarla in un paio di scatti, una volta tornato a Venezia stampai con cura i suoi ritratti in bianco e nero, ma per un motivo o per l'altro riuscimmo a rivederci solamente ad inizio Settembre, un paio di mesi dopo il nostro ritorno a Venezia.

L'appuntamento é per le 8 di sera vicino a San Marco, faccio un po' tardi per cercare di trovare (non riuscendoci) un fiorista aperto, così mi presento solamente con un paio di fotografie (con dedica) dentro una busta.
La vedo, lei sta parlando con un tipo molto più grande di noi, quando la raggiungo mi fa il solito sorriso killer e mi presenta l'amico, dicendomi tutto d'un fiato:  "Ciao, questo è Marco, è il mio ragazzo, c'eravamo presi una pausa questa estate, sa tutto di noi, ma non ci sono problemi. Tornata da Londra ho  capito però che l'amo troppo e adesso ci siamo rimessi assieme".

Guardo il tipo, sembra alto sei metri, in apparenza ha la faccia tranquilla, pacifica, ma facendo un po' più di attenzione mi accorgo che ha la stessa espressione di Mohammed Alì alla fine del settimo round nell'epico incontro con George Foreman in Zaire, quando capisce che l'avversario non ne può più di prenderlo a pugni, manco fosse una statua di marmo, e lo guarda mentre si allontana volgendogli le spalle, di fatto sconfitto.



George Foreman capisce che ormai ha perso, da notare lo sguardo di Mohammed Ali

In quell'istante sono George Foreman, rassegnato ed incredulo, sono Willy Wonka con il biglietto d'oro, ma in un film di Lucio Fulci, sono Michael Jordan, invecchiato che gioca a baseball.

Abbozzo un sorriso, dico di capire, ringrazio per l'onestà e me ne torno a casa.
Mi chiudo in cameretta per un paio di ore al buio, poi decido di accendere la TV, ed ecco che mi trovo il Brian Ferry di Suburbia, Mister Fantasy in persona che sprizza energia e verve ad ogni parola, ma vaffanculo Carlo Massarini, va.

Parte "Happy ending", il video nel quale Joe Jackson, con una tipa dal copricapo inguardabile persino per gli standard degli anni '80, canta di persone dal cuore duro, che comunque tutti vogliono un lieto fine. Io in quell'istante mi sarei accontentato anche di un mediocre inizio. Conoscevo quello spilungone stempiato inglese, con i pantaloni eleganti a vita altissima, tenuti sempre da bretelle fuori moda, ma non era quella la canzone di Joe Jackson che mi serviva.
Recupero la cassetta di "Body and Soul" passatami da un mio amico e la faccio scorrere veloce fino al terzo brano, "Not here, not now", dove Joe Jackson tocca i tasti del pianoforte con la delicatezza della pioggia mattutina, e canta parole che sembrano vere, racconta "di sogni infranti,  che cerco di ricostruire ancora" , dice che "gli sguardi potrebbero uccidere di nuovo, e io sono troppo giovane per morire".
Il tutto orchestrato a meraviglia, con la band di sottofondo che si muove come fosse un'unica cosa, e quel flicorno (versione ancora più cool del sax) che ti colpisce di sorpresa, togliendoti il fiato.

La bellisima copertina di "Body and soul", ispirato a quella di "Sonny Rollins, Vol. 2." 

Torno a scuola dopo dopo circa due settimane, è il primo giorno del mio ultimo anno, ritrovo i miei compagni di Londra, ovviamente incrociamo anche la ragazza dagli occhi di cerbiatto, ci salutiamo a malapena. 
Il mio amico lo nota, io gli spiego cosa è successo. In fin dei conti non siamo nemmeno maggiorenni, ma siamo già in grado di dispensare perle di saggezza, balsamo per le ferite dell'anima.
Mi guarda e dice: "Mica sempre è domenica".

Lo so, e chi si lamenta, ma mi bastava anche un eterno venerdì mattina.

giovedì 1 gennaio 2015

Musica # 27 - Shipbuilding



¡Quiero llorar! ¡Dios santo, viva el fútbol, golaaaazo! ¡Diegoooool!!! Maradona! Es para llorar, perdónenme. Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos, barrilete cósmico, ¿de qué planeta viniste para dejar en el camino a tanto inglés?

Victor Hugo Morales commentando il secondo gol di Diego Maradona in Argentina - Inghilterra, Mondiali 1986


Ognuno di noi ha avuto un amico fissato con le compilation, che per anni ha insistito nel farci ascoltare ogni "sua" nuova scoperta musicale, tormentandoci prima con dei "mixtape", poi con dei "cd mix", per arrendersi alla fine davanti all'iPod e a Spotify.

Se nessuno vi ha mai infastidito con questa ossessione, probabilmente quell'amico siete voi.

Io negli anni ho prodotto decine di "mix", che ho distribuito ad amici nuovi e vecchi (alcuni rimasti tali anche dopo l'ascolto), spesso vestendo il cd con parole e copertine personalizzate, ma nessuno incolpi me per il crollo dell'industria discografica, anzi, credo che le mie compilation abbiano alla fine spinto alcuni dei miei amici a comperare dischi che altrimenti avrebbero ignorato.

La creazione di una compilation è una scienza quasi esatta, che si affina con il tempo. Di norma un cd mix può contenere al massimo 2 brani strumentali, da mettere all'inizio, per scaldare i motori,  o alla fine, per un uscita delicata.
Si possono mettere anche dei brevi stacchi parlati, magari a separare  canzoni che difficilmente si potrebbero accostare, non più di 3 secondi di audio, chessò, una frase da Pulp Fiction, uno "tze tze" di Bombolo.
Le canzoni ovviamente vanno soppesate, scelte con cautela, difficilmente c'è una canzone che può essere infilata in tutte le compilation.
Nella mia esperienza pluriennale canzoni del genere non ne ho mai trovate, quella che più si avvicina è "Shipbuilding" di Elvis Costello (che per l'occasione si limita a scriverne "solamente" il testo).

Un Elvis Costello dandy

La canzone è del 1982, scritta durante il conflitto Anglo-Argentino delle Falkland/Malvinas, Costello non racconta "la guerra", ma la speranza amara dei lavoratori dei cantieri inglesi che aspettano nuove commesse per costruire navi a sostituire quelle che il conflitto necessariamente affonderà, assieme a ragazzi soldati, probabilmente figli di quel proletariato che la Thatcher e la sua politica stava annientando.

Quando iniziò la guerra, Luca, il mio amico universitario che spacciava per storie vere le avventure dello Zanardi di Andrea Pazienza, mi disse che non capiva come si potesse litigare per quattro scogli coperti di guano. In realtà la guerra era l'ultima carta del regime Argentino per distrarre il proprio popolo dalla crisi economica sociale che il loro governo aveva causato, la Thatcher d'altro canto non poteva augurarsi un'occasione migliore per poter mostrare i muscoli, per alimentare un po' di orgoglio imperialista, alle prese anche lei con un popolo insofferente alla sua politica.

Io onestamente tifavo più per gli Argentini, ma in entrambe i casi sarei stato felice, una vittoria Inglese avrebbe sicuramente spazzato via il regime di quei generali assassini, mentre una sconfitta della Thatcher probabilmente avrebbe fermato la sua aggressione al proletariato Inglese.

Andò finire che l'Inghilterra chiuse la pratica Falkland in un paio di mesi, umiliando quei generali fascisti, che dopo aver prodotto oltre 30.000 desaparecidos in meno di 10 anni, avevano ingannato la propria nazione mandando al massacro un esercito di ragazzi, probabilmente sapendo già che quella guerra non potevano vincerla. Così la Thatcher ebbe carta bianca per spazzare via la classe operaia Inglese, mentre il regime Argentino accelerò in modo definitivo il suo declino.


Giovani soldati argentini prigionieri, alla fine saranno oltre 10.000

L'Argentina servì il piatto freddo della vendetta 4 anni dopo, ai mondiali di calcio in Messico, quando le due nazionali si incrociarono ai quarti di finale. In quell'Argentina giocava un fenomeno che di nome faceva Diego Armando (ma l'intera squadra era superba), durante tutto il primo tempo i difensori Inglesi riempirono di calci e colpi proibiti Maradona, il quale incredibilmente non solo uscì dal campo con le proprie gambe, ma rimase calmo, senza reagire a quelle provocazioni.

Nel secondo tempo il numero 10 della Blanco Celeste regalò agli Argentini e a tutto il mondo due capolavori, due opere immortali che rappresentano la quintessenza dell'arte calcistica di Maradona. Il primo gol, frutto di un colpo di genio, e di mano, che Maradona, con la solita modestia chiamò "Mano de Dios" e che l'arbitro non vide,  il secondo gol, immaginato dopo una corsa di oltre 60 metri in 10 secondi, saltando 6 avversari e toccando la palla 12 volte, sempre e solamente con il piede sinistro, raccontata in diretta da un tarantolato cronista argentino/uruguaiano, Victor Hugo Morales, cronaca che di per se è un capolavoro.

Ma sto divagando, più del solito, "Shipbuilding" non è solamente una canzone contro la guerra delle Falklan/Malvinas, o contro la Guerra in generale.
Ha una melodia dolce, sulla quale Costello canta con la sua solita voce esile la sua poesia, ad un certo punto si sente il suono di una tromba, è quella di Chet Baker, che davvero da solo vale un paio di giorni di vita. Costello stesso apprezza così tanto queste note pennellate dalla tromba di Chet, che per ringraziarlo (leggenda vuole) gli regala "Almost Blue", altro capolavoro che compare anche nel film "Let's get lost".

Il vero segreto di questa canzone però non è il messaggio contro la guerra, non è nemmeno la melodia né la tromba di Chet Baker, ma è una frase che si ripete due volte, a metà della canzone e alla fine, una frase che se ascoltata (non solamente sentita) può "cambiare" la vita (aspettando che venga copiata+incollata da Fabio Volo). 
La frase è "Diving for dear life/When we could be diving for pearls", che io ho sempre inteso come invito a non immergersi (nella vita) per sopravvivere, a non sprecare la vita, ma immergersi per cercare perle, la bellezza che ci circonda.
La bellezza ovunque, in una canzone, in un libro, nel sorriso di una passante, negli occhi grigi di un angelo biondo che ritrovi dopo quasi vent'anni, la poesia di un cielo stellato, di un bicchiere di Porto, di un viso invecchiato con grazia.

Se poi riuscite a trovare la bellezza anche in coda alle Poste mentre cercate di pagare una bolletta scaduta da due settimane, chiamatemi, ne possiamo parlare.



giovedì 25 dicembre 2014

Special Christmas Music Edition

You have to trust your team mates, always, if not we are lost.

Eric Cantona - Looking for Eric


Le Roi Eric

La Compilation Musicale è un'invenzione con la quale, quando ancora si regalavano dischi,  l'industria musicale si riempiva le tasche soprattutto durante Natale, monetizzando vecchi autori dimenticati facendo uscire compilation improbabili (tipo "Rod Steward sings the Einstrurze Neubauten").

Natale porta con sè bauli di ricordi, spesso dolci, a volte dolorosi, ma ogni Natale è speciale, e anche le cose più brutte si vedono attraverso una lente rovesciata, così che tutto alla fine sembra più lontano.

Anche questo Natale ha portato la sua dose di tristezza, ma anche molta gioia, per quanto mi riguarda direttamente dal paese di Babbo Natale.

Qui a "Il Poltronauta" si è pensato di offrire ai nostri "numerosi" lettori una Compilation di ben 10 brani legati ai post di questo anno, prima però dovrete sorbirvi il "Poltronauta's Christmas Carol" (oppure fare "scroll down").

C'è un negozio a Venezia, a memoria mia l'ultimo fiorista di San Marco, a pochi passi dal ponte di Rialto, un posto che ad affittarlo renderebbe più dello stipendio di un Senatore. Quel negozio è li da sempre, ma personalmente non ci ho mai acquistato nulla, una mattina di qualche settimana fa ci passo vicino, devo fare un piccolo regalo ad un mio caro amico, entro e prendo dei semi di basilico e altri odori, il tutto per una cifra modesta.

Il signore che mi sta davanti è un vecchietto dalla faccia serena e simpatica, penso sia il proprietario, quando pago mi accorgo di avere solamente una banconota da 50 EUR, il tipo mi dice che ha appena aperto, che non ha da darmi il resto. Allora gli chiedo di mettermi da parte i semi, lui mi guarda e mi dice di prenderli, che posso pagare la prossima volta.

Esco dal negozio incredulo, di buon umore. Magari è solo lo spirito di Natale, ma dopo un anno così brutto, quel gesto mi sembra da premio Nobel.

Torno alla sera, pago il mio debito e gli regalo anche una tavoletta di cioccolato, questa volta è la sua la faccia sorpresa, io lo ringrazio di nuovo, lui mi guarda e dice che oramai è troppo vecchio per non fidarsi più delle persone, che la mia faccia l'aveva rassicurato.

Così mi viene in mente la frase pronunciata da Eric Cantona nel film "Looking for Eric", quando il postino in piena crisi esistenziale, suo fan sfegatato, gli chiede quale sia stato il suo momento migliore da calciatore. 
Senza aspettare la risposta prova ad indovinare, citando una serie di gol, fino a quando Cantona gli confida che il momento più bello è stato un passaggio, un assist. Il postino indovina l'azione, ma gli chiede se non aveva paura che il suo compagno sbagliasse, e a quel punto Cantona piazza la frase del secolo (che se Fabio Volo se ne accorge ci scrive un libro) e dice: "Devi fidarti dei tuoi compagni, sempre. Altrimenti si è perduti". 
Vedendola da una prospettiva diversa, lontana, siamo tutti degli esserini piccoli, bloccati dalla forza di gravità su di un pianeta che sfreccia a migliaia di chilometri all'ora attraverso l'Universo, in fin dei conti è vero che facciamo parte tutti della stessa squadra.

Cammino e penso al fiorista, chissà se ha un fratello che vende Rolex....

Buona visione e buon ascolto.


1) Monkey Man, orignariamente cantata da Toots and the Maytals, qui riproposta da una Amy Winehouse al top. Ammetto di non averla mai ascoltata per davvero, però chiaramente lei era e resta una fuoriclasse.

2) Innocent when you dream, ho cercato una versione alternativa on line, ma quella di Tom Waits resta la migliore, al limite potete cercare quella cantata (malissimo) da Scarlett Johanson, guardando il suo video (muto) con Tom Waits di sottofondo.

3) Song to the Siren, la versione che me l'ha fatta scoprire è quella (meravigliosa) di Robert Plant, ma qui mi sembrava il caso di includere quella dell'autore, Tim Buckley.

4) Francis Albert Sinatra & Antonio Carlos Jobim, ho letto una volta che l'esercito americano, per stanare Noriega, il loro dittatore-marionetta caduto in disgrazia, circondarono il palazzo dove si era rifugiando sparando a tutto volume le canzoni di Frank Sinatra, che lui odiava. Solamente per questo dovevano farlo fuori ben prima. 

5) Face à la mer, non mi stufo mai di ascoltare Helno e tutti i "negresses", ho scoperto questa versione alternativa remixata dai Massive Attack (non gli Eiffel 65, per capirsi).

6) How To Fight Loneliness, canzone preferita per ricordare gli amici assenti, e non solamente a Natale, questa dei Wilco è una di quelle canzoni per le quali mi dispiace non sapere suonare la chitarra.

7) Blue Haways, va bene così, Paolo Conte è immenso anche con una giacca marrone stretta e la faccia da calciatore anni '70. 

8) Pink Moon, qui piazzo uno spot, le bollette bisogna sempre pagarle. Massimo rispetto per il creativo che ha recuperato la canzone di Nick Drake per vendere una macchina, e per farlo scoprire a migliaia di persone.

9) Stay Free, non mettere i Clash mi sembrava un affronto. Dedicata a che cerca di essere libero, da qualsiasi cosa. Guardate poi lo sguardo di Mick Jones verso la fine, da solo vale il prezzo del biglietto.

10) Last Goodbye, dovendo ridurre a 10 i brani di questa edizione ho lottato fino alla fine, ma non potevo escludere Jeff Buckley, al costo di lasciare fuori molti altri.