martedì 27 gennaio 2015

Musica # 30 - Space Oddity


Though I'm past one hundred thousand miles
I'm feeling very still
And I think my spaceship knows which way to go
Tell my wife I love her very much "she knows"
Ground Control to Major Tom
Your circuit's dead, there's something wrong
Can you hear me, Major Tom?

Space Oddity - David Bowie


Prima o poi doveva capitare, come al solito succede sempre troppo presto, quando non si è ancora pronti, ammesso che si possa mai essere pronti per certe cose.
Il Poltronauta è in silenzio radio da giorni ormai, la stazione di Controllo sulla Terra ha perso ogni contatto.

Non è chiaro se o quando tornerà, di solito dopo aver "vissuto" un bel sogno, ci si augura sempre che si ripeta, anche se sappiamo che non è vero, speriamo sempre ritorni.

In "Searching for Sugarman" il regista chiede ad un vecchio Rodriguez perchè, dopo il secondo disco, avesse lasciato la musica per fare il manovale. Lui risponde con la sua voce calma dicendo una cosa semplice ed immensa al tempo stesso "I would have liked to have continued, but nothing beats Reality".

Forse è vero, forse non si può sconfiggere la Realtà, ma sarebbe da codardi non provarci nemmeno.

In attesa di improbabili buone notizie da parte de Il Poltronauta, vi lasciamo con una manciata di post da rileggere e condividere, e una versione speciale di "Space Oddity", quella del capitano Chris Hadfield, una persona che la Realtà l'ha battuta.




sabato 17 gennaio 2015

Musica # 29 - Lessons in love

All the homes that we were building 
We never lived in 
Could be better, should be better 
Lessons in love




Lessons in love - Level 42


Non sono mai stato un animale da concerto, di solito la pigrizia ha sempre avuto la meglio su di me, e poi ho sempre pensato che vedere una band dal vivo, dividere il proprio cantante preferito con centinaia, migliaia di altre persone era un gesto di generosità troppo grande.
Senza contare che  sentire il pezzo che ami alla follia massacrato da una versione ignobile di karaoke può essere un'esperienza destabilizzante.
Certo, qualcosina qua e la mi e capitato di vedere, un "Ray Charles and his orchestra" una sera nebbiosa d'inverno nelle campagne vicentine, Miles Davis (per lo più le sue spalle) al teatro la Fenice, prima dell'ultimo spaventoso incendio, un ultraterreno Anthony (and the Johnsons) nel meraviglioso teatro Romano di Verona.

Così quando arrivai a Los Angeles per la prima volta la mia priorità non fu quella di cercare i club o i teatri dove vedere concerti che sicuramente quella città poteva offrire, semplicemente mi limitai a girare con la bicicletta in cerca di soggetti per la mia Yashica fx-3, anche se la preoccupazione maggiore mentre pedalavo tra le soleggiate strade di Santa Monica e di Brentwood era quella di evitare le macchine e conservare un po' di fiato per le salite.

Mi sarebbe piaciuto vedere i Lakers in azione, quello si, ma mio zio aveva agganci solamente per i Raiders, una delle due squadre di football che all'epoca giocavano a Los Angeles. Perciò riuscii a vedere 3 interminabili partite di football, nell'imponente Coliseum Stadium, vi assicuro però che a parte le cheerleaders, scosciate ma lontanissime, il football è di granlunga più divertente visto in TV.

In quei 5 mesi, mio zio riuscì a scroccare anche i biglietti per un paio di concerti, il primo, al quale andammo assieme, era quello di Joe Cocker, al tempo fresco di una tournée fatta in Italia assieme a Zucchero.

Grazie alle conoscenze di mio zio (ed ad una cassa di Porto) dopo il concerto andammo nel back stage, dove scambiai 2 chiacchiere con un gigantesco, nel senso di altezza, Joe Cocker, che si sorprese del fatto che non l'avessi visto in Italia (minchia, cantavi con Zucchero, mica con Bob Marley), comunque fu molto cordiale e simpatico (e ubriaco).

L'altro aggancio di mio zio mi permise di andare al "The fabulous Forum", casa madre dei miei amati Lakers, per assistere ad un doppio concerto.

La stella della serata era Tina Turner, all'epoca al culmine della sua seconda vita artistica. Per quelli della mia generazione Tina Turner era una pantera quarantenne con minigonne e tacchi, che cantava con una carica sessuale che avrebbe arrapato anche Formigoni. Il concerto fu esattamente così, con Tina che si dimenava sul palco mandando in estasi tutto il pubblico, donne e bambini compresi. 

Ecco, il pubblico. Se gran parte era lì per la "seconda" Tina Turner, essendo a Los Angeles, molti erano anche i fan della prima ora, quelli che avevano conosciuto e amato la Turner quando ancora faceva parte del duo soul "Ike and Tina Turner", composto da lei (giovanissima) e dal marito. Si scoprì poi che dietro a quel duo si nascondeva una storia di violenza e soprusi da parte del marito, ma questa è un'altra storia, ciò nonostante all'epoca riuscirono a sfornare decine di hits.

I fan della prima ora erano uno spettacolo nello spettacolo, tutti di colore, tutti over 50, vestiti come in una puntata dei Jefferson.
Il tipo davanti a me sembrava persino finto, chiuso in uno strettissimo tre pezzi di velluto marrone, con i colletti della camicia bianca così lunghi e a punta che adesso non passerebbero un controllo all'aeroporto, ma il particolare più inquietante era la chioma, lunghi capelli neri domati a fatica da chili di brillantina, evidentemente usata per anni, perchè ogni suo balzo i capelli sulla nuca si alzavano, facendo apparire una striscia scura e unta lungo tutto il colletto della giacca.

Il concerto di Tina Turner fu un tripudio di sensualità e pop soul anni '80, ma fui impressionato dal gruppo spalla, che aprì la serata in un modo che non mi scorderò mai.


Un giovanissimo Mark King

Buio totale sul palco, buio totale sugli spalti, poi all'improvviso un lampo rosso, come una spada jedi, però quasi orizzontale, quando partono le prime inequivocabili note tutti si accorgono che quella spada laser è in realtà il bastone del basso, illuminato da una striscia di led rossi, e dietro quel basso c'è Mark King che che "slappa" sulle corde con il pollice, mentre tiene lo strumento quasi sotto il mento (non proprio come lo suonava Paul Simonon dei Clash).
Parte così "Lessons in love" il più grande successo dei Level 42, e con lui parte tutto il palazzetto, che salta e canta, me compreso. 
Che ve lo dico a fare, sono gli anni '80 e quella canzone letteralmente spacca, quel giro di basso poi avrebbe fatto battere il piede a ritmo anche ad Andreotti, pure adesso che è (forse) morto.

Il testo è quello che è, parla di un amore finito, di sogni costruiti che non saranno mai vissuti, insomma, non proprio quello che ci si aspetterebbe dal ritmo allegro di questo pezzo.
Dopo quella hit i Level 42 produssero un altro pezzo ascoltabile,  "Running in the family" che assieme al precedente "Something about you" rappresenta l'esempio del loro sound, fortemente radicato negli anni '80, poi praticamente il nulla fino allo scioglimento della band, con successiva e prevedibile  reunion/nostalgia che dura fino ad oggi, esclusivamente con esibizioni live in posti sempre più piccoli.

Relegato a pulire calamari e aglio, incastrato tra l'ultimo messicano della catena di comando e il frigorifero del ristorante di mio zio, quelle furono le mie uniche "Lessons in love" del mio soggiorno Californiano, mentre di "Lessons of life" ne ricevetti di continuo, anche su base giornaliera.

Un pomeriggio, mentre stavo sistemando il vino nel bar del ristorante, notai che l’ora che segnava l’orologio sulla parete alle mie spalle era sbagliata, infatti era 5 minuti avanti rispetto a quello che stava indossando mio zio, sedutomi di fronte, tre etti di Rolex d’oro farcito di diamanti. Presi una cassa di un Sassicaia e ci salii sopra per sistemare le lancette dell’orologio. 
“Che cazzo fai?” mi apostrofò con i suoi modi garbati mio zio, quando gli fu evidente il motivo di quell’operazione mi disse di lasciar perdere, che era il suo Rolex ad essere sbagliato. Non potevo credere alle mie orecchie, dopo mesi di lezioni di vita avevo l’occasione per rifarmi, anche mio zio sbagliava allora, Fonzie non era immune dall’errore, mr perfezione aveva un orologio che costava come un fuoristrada e nemmeno funzionava troppo bene. Stavo giocando contro i Lakers da solo, ormai erano sul 140 a 0 ma dopo tanto penare potevo segnare un punto anche io. Avevo stoppato Kareem Abdul Jabbar, superato in velocità James Worthy e bevuto con una finta Kurt Rambis (ok, sul 140 a 0 potevano anche giocare i panchinari). 


Da sinistra, Robert "The Chief" Parish, Larry Bird, Earvin "Magic" Johnson, Kurt Rambis e Lew Alcindor aka Kareem Abdul Jabbar, da notare la lunghezza delle gambe e l'assenza di tatuaggi.
Stavo volando verso il canestro pronto a schiacciare quando dal nulla ecco la maglia numero 32, silenzioso come un fantasma, con uno dei suoi trucchi Earvin "Magic" Johnson mi soffia la palla, mentre sono impietrito e cerco di capire come ha fatto lui si volta e mi sorride, ha gli occhi azzurri di mio zio e mi dice: “E secondo te indosso un orologio da 40 mila dollari per sapere che ore sono?”.

Il cronometro va a zero e la sirena segna la fine della partita, il pubblico è tutto in piedi ad applaudire.

mercoledì 7 gennaio 2015

Musica # 28 - Not here, not now

Smiling faces all around us
You don't want to make a scene
Not here, not now
And I don't want to cry

Not Here, Not Now - Joe Jackson 



Ad un certo punto anche la RAi si accorse che il nuovo trend per i giovani erano i video musicali, e creò una trasmissione apposita. Nulla al confronto di DJ TV oppure di VideoMusic, ma per almeno 1 ora alla settimana il canale nazionale diventava la mia TV preferita.

La trasmissione si chiamava "Mister Fantasy" e a condurla fu chiamato tale Carlo Massarini, un giovanotto alto e magro, con una parlantina veloce, belloccio e con un ciuffo perfetto, ma non abbastanza, che lo faceva sembrare una specie di Brian Ferry stampato con la cartuccia del toner mezza scarica.

Però a me bastava, e in quell'ora la RAI apriva una finestra sul mondo dei video musicali, inutile dire che la musica (parliamo dei pieni anni '80) non era esattamente la mia preferita, però la curiosità era tale che ero disposto a subire l'ennesimo video dei Duran Duran per vedere "Rock in the Casbah" dei Clash, oppure "Steppin' out" di Joe Jackson.

Carlo "Mister Fantasy" Massarini
Adesso, con tutto disponibile sempre ovunque, faccio fatica a spiegare a mia figlia che i video musicali per noi quindicenni erano come la luna piena, sapevi che sarebbero arrivati ma c'era da aspettare il tempo e la modalità adatta.

Nella mia ultima estate da minorenne andai in Inghilterra per seguire un corso d'Inglese organizzato dalla mia scuola.
Si trattava di passare 3 settimane in qualche città sperduta nella campagna Inglese, di solito si finiva nel corrispettivo d'oltre Manica di Asti, invece, per un imprevedibile colpo di fortuna, assieme ad altri miei compagni di classe, fui mandato a Londra, precisamente nella zona dii Crystal Palace, quando me lo dissero mi sentii Willy Wonka che si ritrova in mano il "golden ticket".

Partimmo pieni di entusiasmo, ovviamente imparare l'Inglese era considerato un "danno" collaterale, a noi interessava Londra e basta. 
La classe del mio corso era fortunatamente composta da ragazzi provenienti da tutto il mondo, non solamente da Italiani, nonostante la rappresentanza della nostra scuola fosse piuttosto numerosa.
Numerosa e in prevalenza femminile, e tra le presenze femminili c'era una ragazza, un paio d'anni più grande di me, con due occhi da cerbiatto e un sorriso killer, della quale ovviamente mi innamorai subito. 

Dopo un paio di giorni feci un sogno meraviglioso, ero al "solito" pub, la serata stava finendo, quando la ragazza dagli occhi di cerbiatto mi chiese di accompagnarla a casa. Incredulo accettai e camminai con lei per circa 10 minuti, quando fu il momento di salutarci ci scambiammo un lungo bacio.
Nei giorni successivi il sogno si ripetè più volte, più o meno uguale, e mi ci volle una settimana per capire che non stavo immaginando niente, quei baci e quelle passeggiate erano tutte reali. Mi sentivo come Willy Wonka che improvvisamente scopre di saper giocare a basket come Michael Jordan.

Mi ero quasi scordato di essere Interista.

Durante quelle tre settimane cercai in tutti i modi di fotografare la "mia" ragazza, avevo una Yashica fx3 nuova da sfruttare, ma lei, come le dive degli anni '50, sfuggiva sempre al mio obiettivo (nessun doppio senso, giuro).
Alla fine riuscii comunque a catturarla in un paio di scatti, una volta tornato a Venezia stampai con cura i suoi ritratti in bianco e nero, ma per un motivo o per l'altro riuscimmo a rivederci solamente ad inizio Settembre, un paio di mesi dopo il nostro ritorno a Venezia.

L'appuntamento é per le 8 di sera vicino a San Marco, faccio un po' tardi per cercare di trovare (non riuscendoci) un fiorista aperto, così mi presento solamente con un paio di fotografie (con dedica) dentro una busta.
La vedo, lei sta parlando con un tipo molto più grande di noi, quando la raggiungo mi fa il solito sorriso killer e mi presenta l'amico, dicendomi tutto d'un fiato:  "Ciao, questo è Marco, è il mio ragazzo, c'eravamo presi una pausa questa estate, sa tutto di noi, ma non ci sono problemi. Tornata da Londra ho  capito però che l'amo troppo e adesso ci siamo rimessi assieme".

Guardo il tipo, sembra alto sei metri, in apparenza ha la faccia tranquilla, pacifica, ma facendo un po' più di attenzione mi accorgo che ha la stessa espressione di Mohammed Alì alla fine del settimo round nell'epico incontro con George Foreman in Zaire, quando capisce che l'avversario non ne può più di prenderlo a pugni, manco fosse una statua di marmo, e lo guarda mentre si allontana volgendogli le spalle, di fatto sconfitto.



George Foreman capisce che ormai ha perso, da notare lo sguardo di Mohammed Ali

In quell'istante sono George Foreman, rassegnato ed incredulo, sono Willy Wonka con il biglietto d'oro, ma in un film di Lucio Fulci, sono Michael Jordan, invecchiato che gioca a baseball.

Abbozzo un sorriso, dico di capire, ringrazio per l'onestà e me ne torno a casa.
Mi chiudo in cameretta per un paio di ore al buio, poi decido di accendere la TV, ed ecco che mi trovo il Brian Ferry di Suburbia, Mister Fantasy in persona che sprizza energia e verve ad ogni parola, ma vaffanculo Carlo Massarini, va.

Parte "Happy ending", il video nel quale Joe Jackson, con una tipa dal copricapo inguardabile persino per gli standard degli anni '80, canta di persone dal cuore duro, che comunque tutti vogliono un lieto fine. Io in quell'istante mi sarei accontentato anche di un mediocre inizio. Conoscevo quello spilungone stempiato inglese, con i pantaloni eleganti a vita altissima, tenuti sempre da bretelle fuori moda, ma non era quella la canzone di Joe Jackson che mi serviva.
Recupero la cassetta di "Body and Soul" passatami da un mio amico e la faccio scorrere veloce fino al terzo brano, "Not here, not now", dove Joe Jackson tocca i tasti del pianoforte con la delicatezza della pioggia mattutina, e canta parole che sembrano vere, racconta "di sogni infranti,  che cerco di ricostruire ancora" , dice che "gli sguardi potrebbero uccidere di nuovo, e io sono troppo giovane per morire".
Il tutto orchestrato a meraviglia, con la band di sottofondo che si muove come fosse un'unica cosa, e quel flicorno (versione ancora più cool del sax) che ti colpisce di sorpresa, togliendoti il fiato.

La bellisima copertina di "Body and soul", ispirato a quella di "Sonny Rollins, Vol. 2." 

Torno a scuola dopo dopo circa due settimane, è il primo giorno del mio ultimo anno, ritrovo i miei compagni di Londra, ovviamente incrociamo anche la ragazza dagli occhi di cerbiatto, ci salutiamo a malapena. 
Il mio amico lo nota, io gli spiego cosa è successo. In fin dei conti non siamo nemmeno maggiorenni, ma siamo già in grado di dispensare perle di saggezza, balsamo per le ferite dell'anima.
Mi guarda e dice: "Mica sempre è domenica".

Lo so, e chi si lamenta, ma mi bastava anche un eterno venerdì mattina.

giovedì 1 gennaio 2015

Musica # 27 - Shipbuilding



¡Quiero llorar! ¡Dios santo, viva el fútbol, golaaaazo! ¡Diegoooool!!! Maradona! Es para llorar, perdónenme. Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos, barrilete cósmico, ¿de qué planeta viniste para dejar en el camino a tanto inglés?

Victor Hugo Morales commentando il secondo gol di Diego Maradona in Argentina - Inghilterra, Mondiali 1986


Ognuno di noi ha avuto un amico fissato con le compilation, che per anni ha insistito nel farci ascoltare ogni "sua" nuova scoperta musicale, tormentandoci prima con dei "mixtape", poi con dei "cd mix", per arrendersi alla fine davanti all'iPod e a Spotify.

Se nessuno vi ha mai infastidito con questa ossessione, probabilmente quell'amico siete voi.

Io negli anni ho prodotto decine di "mix", che ho distribuito ad amici nuovi e vecchi (alcuni rimasti tali anche dopo l'ascolto), spesso vestendo il cd con parole e copertine personalizzate, ma nessuno incolpi me per il crollo dell'industria discografica, anzi, credo che le mie compilation abbiano alla fine spinto alcuni dei miei amici a comperare dischi che altrimenti avrebbero ignorato.

La creazione di una compilation è una scienza quasi esatta, che si affina con il tempo. Di norma un cd mix può contenere al massimo 2 brani strumentali, da mettere all'inizio, per scaldare i motori,  o alla fine, per un uscita delicata.
Si possono mettere anche dei brevi stacchi parlati, magari a separare  canzoni che difficilmente si potrebbero accostare, non più di 3 secondi di audio, chessò, una frase da Pulp Fiction, uno "tze tze" di Bombolo.
Le canzoni ovviamente vanno soppesate, scelte con cautela, difficilmente c'è una canzone che può essere infilata in tutte le compilation.
Nella mia esperienza pluriennale canzoni del genere non ne ho mai trovate, quella che più si avvicina è "Shipbuilding" di Elvis Costello (che per l'occasione si limita a scriverne "solamente" il testo).

Un Elvis Costello dandy

La canzone è del 1982, scritta durante il conflitto Anglo-Argentino delle Falkland/Malvinas, Costello non racconta "la guerra", ma la speranza amara dei lavoratori dei cantieri inglesi che aspettano nuove commesse per costruire navi a sostituire quelle che il conflitto necessariamente affonderà, assieme a ragazzi soldati, probabilmente figli di quel proletariato che la Thatcher e la sua politica stava annientando.

Quando iniziò la guerra, Luca, il mio amico universitario che spacciava per storie vere le avventure dello Zanardi di Andrea Pazienza, mi disse che non capiva come si potesse litigare per quattro scogli coperti di guano. In realtà la guerra era l'ultima carta del regime Argentino per distrarre il proprio popolo dalla crisi economica sociale che il loro governo aveva causato, la Thatcher d'altro canto non poteva augurarsi un'occasione migliore per poter mostrare i muscoli, per alimentare un po' di orgoglio imperialista, alle prese anche lei con un popolo insofferente alla sua politica.

Io onestamente tifavo più per gli Argentini, ma in entrambe i casi sarei stato felice, una vittoria Inglese avrebbe sicuramente spazzato via il regime di quei generali assassini, mentre una sconfitta della Thatcher probabilmente avrebbe fermato la sua aggressione al proletariato Inglese.

Andò finire che l'Inghilterra chiuse la pratica Falkland in un paio di mesi, umiliando quei generali fascisti, che dopo aver prodotto oltre 30.000 desaparecidos in meno di 10 anni, avevano ingannato la propria nazione mandando al massacro un esercito di ragazzi, probabilmente sapendo già che quella guerra non potevano vincerla. Così la Thatcher ebbe carta bianca per spazzare via la classe operaia Inglese, mentre il regime Argentino accelerò in modo definitivo il suo declino.


Giovani soldati argentini prigionieri, alla fine saranno oltre 10.000

L'Argentina servì il piatto freddo della vendetta 4 anni dopo, ai mondiali di calcio in Messico, quando le due nazionali si incrociarono ai quarti di finale. In quell'Argentina giocava un fenomeno che di nome faceva Diego Armando (ma l'intera squadra era superba), durante tutto il primo tempo i difensori Inglesi riempirono di calci e colpi proibiti Maradona, il quale incredibilmente non solo uscì dal campo con le proprie gambe, ma rimase calmo, senza reagire a quelle provocazioni.

Nel secondo tempo il numero 10 della Blanco Celeste regalò agli Argentini e a tutto il mondo due capolavori, due opere immortali che rappresentano la quintessenza dell'arte calcistica di Maradona. Il primo gol, frutto di un colpo di genio, e di mano, che Maradona, con la solita modestia chiamò "Mano de Dios" e che l'arbitro non vide,  il secondo gol, immaginato dopo una corsa di oltre 60 metri in 10 secondi, saltando 6 avversari e toccando la palla 12 volte, sempre e solamente con il piede sinistro, raccontata in diretta da un tarantolato cronista argentino/uruguaiano, Victor Hugo Morales, cronaca che di per se è un capolavoro.

Ma sto divagando, più del solito, "Shipbuilding" non è solamente una canzone contro la guerra delle Falklan/Malvinas, o contro la Guerra in generale.
Ha una melodia dolce, sulla quale Costello canta con la sua solita voce esile la sua poesia, ad un certo punto si sente il suono di una tromba, è quella di Chet Baker, che davvero da solo vale un paio di giorni di vita. Costello stesso apprezza così tanto queste note pennellate dalla tromba di Chet, che per ringraziarlo (leggenda vuole) gli regala "Almost Blue", altro capolavoro che compare anche nel film "Let's get lost".

Il vero segreto di questa canzone però non è il messaggio contro la guerra, non è nemmeno la melodia né la tromba di Chet Baker, ma è una frase che si ripete due volte, a metà della canzone e alla fine, una frase che se ascoltata (non solamente sentita) può "cambiare" la vita (aspettando che venga copiata+incollata da Fabio Volo). 
La frase è "Diving for dear life/When we could be diving for pearls", che io ho sempre inteso come invito a non immergersi (nella vita) per sopravvivere, a non sprecare la vita, ma immergersi per cercare perle, la bellezza che ci circonda.
La bellezza ovunque, in una canzone, in un libro, nel sorriso di una passante, negli occhi grigi di un angelo biondo che ritrovi dopo quasi vent'anni, la poesia di un cielo stellato, di un bicchiere di Porto, di un viso invecchiato con grazia.

Se poi riuscite a trovare la bellezza anche in coda alle Poste mentre cercate di pagare una bolletta scaduta da due settimane, chiamatemi, ne possiamo parlare.



giovedì 25 dicembre 2014

Special Christmas Music Edition

You have to trust your team mates, always, if not we are lost.

Eric Cantona - Looking for Eric


Le Roi Eric

La Compilation Musicale è un'invenzione con la quale, quando ancora si regalavano dischi,  l'industria musicale si riempiva le tasche soprattutto durante Natale, monetizzando vecchi autori dimenticati facendo uscire compilation improbabili (tipo "Rod Steward sings the Einstrurze Neubauten").

Natale porta con sè bauli di ricordi, spesso dolci, a volte dolorosi, ma ogni Natale è speciale, e anche le cose più brutte si vedono attraverso una lente rovesciata, così che tutto alla fine sembra più lontano.

Anche questo Natale ha portato la sua dose di tristezza, ma anche molta gioia, per quanto mi riguarda direttamente dal paese di Babbo Natale.

Qui a "Il Poltronauta" si è pensato di offrire ai nostri "numerosi" lettori una Compilation di ben 10 brani legati ai post di questo anno, prima però dovrete sorbirvi il "Poltronauta's Christmas Carol" (oppure fare "scroll down").

C'è un negozio a Venezia, a memoria mia l'ultimo fiorista di San Marco, a pochi passi dal ponte di Rialto, un posto che ad affittarlo renderebbe più dello stipendio di un Senatore. Quel negozio è li da sempre, ma personalmente non ci ho mai acquistato nulla, una mattina di qualche settimana fa ci passo vicino, devo fare un piccolo regalo ad un mio caro amico, entro e prendo dei semi di basilico e altri odori, il tutto per una cifra modesta.

Il signore che mi sta davanti è un vecchietto dalla faccia serena e simpatica, penso sia il proprietario, quando pago mi accorgo di avere solamente una banconota da 50 EUR, il tipo mi dice che ha appena aperto, che non ha da darmi il resto. Allora gli chiedo di mettermi da parte i semi, lui mi guarda e mi dice di prenderli, che posso pagare la prossima volta.

Esco dal negozio incredulo, di buon umore. Magari è solo lo spirito di Natale, ma dopo un anno così brutto, quel gesto mi sembra da premio Nobel.

Torno alla sera, pago il mio debito e gli regalo anche una tavoletta di cioccolato, questa volta è la sua la faccia sorpresa, io lo ringrazio di nuovo, lui mi guarda e dice che oramai è troppo vecchio per non fidarsi più delle persone, che la mia faccia l'aveva rassicurato.

Così mi viene in mente la frase pronunciata da Eric Cantona nel film "Looking for Eric", quando il postino in piena crisi esistenziale, suo fan sfegatato, gli chiede quale sia stato il suo momento migliore da calciatore. 
Senza aspettare la risposta prova ad indovinare, citando una serie di gol, fino a quando Cantona gli confida che il momento più bello è stato un passaggio, un assist. Il postino indovina l'azione, ma gli chiede se non aveva paura che il suo compagno sbagliasse, e a quel punto Cantona piazza la frase del secolo (che se Fabio Volo se ne accorge ci scrive un libro) e dice: "Devi fidarti dei tuoi compagni, sempre. Altrimenti si è perduti". 
Vedendola da una prospettiva diversa, lontana, siamo tutti degli esserini piccoli, bloccati dalla forza di gravità su di un pianeta che sfreccia a migliaia di chilometri all'ora attraverso l'Universo, in fin dei conti è vero che facciamo parte tutti della stessa squadra.

Cammino e penso al fiorista, chissà se ha un fratello che vende Rolex....

Buona visione e buon ascolto.


1) Monkey Man, orignariamente cantata da Toots and the Maytals, qui riproposta da una Amy Winehouse al top. Ammetto di non averla mai ascoltata per davvero, però chiaramente lei era e resta una fuoriclasse.

2) Innocent when you dream, ho cercato una versione alternativa on line, ma quella di Tom Waits resta la migliore, al limite potete cercare quella cantata (malissimo) da Scarlett Johanson, guardando il suo video (muto) con Tom Waits di sottofondo.

3) Song to the Siren, la versione che me l'ha fatta scoprire è quella (meravigliosa) di Robert Plant, ma qui mi sembrava il caso di includere quella dell'autore, Tim Buckley.

4) Francis Albert Sinatra & Antonio Carlos Jobim, ho letto una volta che l'esercito americano, per stanare Noriega, il loro dittatore-marionetta caduto in disgrazia, circondarono il palazzo dove si era rifugiando sparando a tutto volume le canzoni di Frank Sinatra, che lui odiava. Solamente per questo dovevano farlo fuori ben prima. 

5) Face à la mer, non mi stufo mai di ascoltare Helno e tutti i "negresses", ho scoperto questa versione alternativa remixata dai Massive Attack (non gli Eiffel 65, per capirsi).

6) How To Fight Loneliness, canzone preferita per ricordare gli amici assenti, e non solamente a Natale, questa dei Wilco è una di quelle canzoni per le quali mi dispiace non sapere suonare la chitarra.

7) Blue Haways, va bene così, Paolo Conte è immenso anche con una giacca marrone stretta e la faccia da calciatore anni '70. 

8) Pink Moon, qui piazzo uno spot, le bollette bisogna sempre pagarle. Massimo rispetto per il creativo che ha recuperato la canzone di Nick Drake per vendere una macchina, e per farlo scoprire a migliaia di persone.

9) Stay Free, non mettere i Clash mi sembrava un affronto. Dedicata a che cerca di essere libero, da qualsiasi cosa. Guardate poi lo sguardo di Mick Jones verso la fine, da solo vale il prezzo del biglietto.

10) Last Goodbye, dovendo ridurre a 10 i brani di questa edizione ho lottato fino alla fine, ma non potevo escludere Jeff Buckley, al costo di lasciare fuori molti altri. 

domenica 21 dicembre 2014

Musica # 26 - Face à la mer

Si on allait au cimetière
Voir mon nom gravé sur la pierre 
Saluer les morts face à la mer 
Ivres de vie dans la lumière

Face à la mer - Les Negresses Vertes



A Venezia c'è una biblioteca che ha formato e continua a formare le migliori menti dei veneziani degli ultimi 145 anni, se ve lo state chiedendo vi confermo che tra queste menti la mia non c'è.
Quando il nobile Giovanni Querini Stampalia creò la fondazione a lui intitolata ovviamente non sapeva che oltre 100 anni dopo avrei frequentato le sale silenziose (a parte  il fastidioso parquet scricchiolante) cercando di trovare una strada nella mia vita. Ma alle mie giornate di studio con l'andare del tempo si sostituirono, sempre più frequentemente, giornate di lavoro.
Ogni scusa era buona per tirare su un po' di soldi, perciò mi ritrovavo spesso a svolgere lavori particolari, alcuni al limite del surreale, puntualmente finiti (quasi tutti) nel mio c.v.

Quello di cui vado molto fiero, e che un paio di volte ha salvato i miei colloqui di lavoro, è stato il Censimento dei piccioni di Venezia, un'altra volta magari spiego come funzionava, fin d'adesso posso dire che la popolazione dei pennuti risultò essere di circa 30.000 esemplari, nel caso qualcuno avesse questa curiosità.

Altri lavori, meno "nobili", non sono mai finiti nel mio c.v., uno dei più tristi era qualcosa definibile come "guida abusiva", ma leggermente più sofisticata.
Lo schema prevedeva che un albergo a 4 stelle mi chiamasse per portare in giro coppie facoltose, facendole finire casualmente in una vetreria "convenzionata" che ovviamente riconosceva al portiere di turno (non a me) una mancia.

Durante la guida avrei dovuto preparare psicologicamente i clienti, ma spacciare per capolavori pezzi di vetro venduti ad un prezzo 20 volte il loro valore non faceva per me. Inutile dire che dopo 5 o 6 mancate vendite, nessuno mi chiamò più. 

Però le mie "guide" erano apprezzate, mi ricordo ancora di 2 coppie di ricchi francesi (i due uomini erano titolari di un'azienda di impianti che aveva appalti in tutta l'Africa francofona) che mi vollero anche a cena. Quando le chiacchiere finirono sulla musica francese calai, con nonchalance , i miei due assi. Con una punta di orgoglio dissi che i miei gruppi preferiti erano Mano Negra e Les Negresses Vertes. I tipi, bianchi francesi conservatori con ancora il poster di Charles De Gaulle in cameretta, mi fecero notare che quelli non erano gli esempi che meglio raffiguravano la vera musica transalpina, e mi elencarono gli artisti francesi per loro più rappresentativi. Non mi sembrò il caso di far loro notare che Charles Aznavour in realtà si chiamava Chahnourh Varinag Aznavouri e che fosse figlio di due immigrati armeni (la madre, di Smirne, sopravvisuta al Medz Yeghern),  che Yves Montand era nato in Italia con un altro nome (Ivo Livi) e che neppure Juliette Greco avesse poi un cognome così francese.

Una delle prime formazioni de Les Negresses Vertes

Le mie band, soprattutto Les Negresses Vertes, erano per me francesissime proprio per il loro mix multietnico. Il loro primo disco "Mlah",  di cui avevo consumato il vinile, inizia con un meraviglioso valzerino, che non avrebbe sfigurato nella colonna sonora di Amelie, e poi continua con canzoni altrettanto francesi, frutto del lavoro collettivo di un gruppo di ventenni caciaroni e pieni di energia.
A leggere i cognomi dei componenti si intuisce l'origine di questi ragazzi, che vanno dall'Algeria fino alla Bretagna, passando per l'Italia. I brani del loro disco d'esordio portano gli echi della musica Andalusa e di quella Algerina, filtrata con ritmi a volte vicini allo ska. Il tutto accompagnato da testi in francese principalmente scritti e cantati dal frontman Helno Rota De Lourcqua, alias Noël Rota, nato proprio il giorno di Natale in una famiglia di origini italiane.

Ad un certo punto Les Negresses Vertes diventarono la band del momento, arrivando in tournè anche in Italia. Vennero a suonare a Conegliano, una mia amica riuscì pure a recuperare un paio di biglietti, ma alla fine al concerto non ci andammo, non mi ricordo nemmeno il motivo.

Tempo dopo lessi la recensione di quel concerto, il giornalista descrisse la band con una specie di circo colorato in eterno movimento sul palco, al centro del quale stava, immobile, Helno, aggrappato all'asta del microfono come un naufrago al salvagente nel mezzo di una tempesta.
Helno in realtà stava tutti i giorni in mezzo ad una tempesta, era la sua dipendenza dall'eroina, che lo stava consumando, mentre lui e la  sua band continuavano a girare l'Europa.

Un rilassato Noël Rota, aka Helno Rota De Lourcqua

"Famille nombreuse", il loro secondo disco, è ancora più bello, più maturo, suonato meglio, con la band in stato di grazia. I demoni di Helno lo tormentano ancora, ma lui non molla, cerca di esorcizzarli.

In una strofa di quella che è una delle più belle canzoni dell'album, "Face à la mer", dice qualcosa tipo: Se andate al cimitero / Guardate il mio nome inciso sulla lapide / Salutate i morti che guardano il mare / Ebbri di vita nella luce.

Un mese dopo aver compiuto 29 anni (4 in meno di Cristo, John Belushi e Bruce Lee, ndr) Helno muore di overdose. Leggo la notizia sul giornale mentre sono alla Querini Stampalia e subito condivido il mio dolore con un amico che mi sta di fronte, al quale bisbiglio che Helno è morto.
Mi chiede cosa gli è successo, quando gli spiego che si è trattato di un'overdose lui, ragazzo dalla sensibilità di un celerino, dice: "Cussì l'impara a drogarse".

Quando il terzo disco esce, un anno dopo, Le Negresses Vertes sono ormai implosi, in fin dei conti erano nati da un gruppo di amici che volevano semplicemente suonare, la scomparsa di Helno è un colpo troppo duro. La band di fatto smette di esistere poco tempo dopo.
Il disco non è poi così brutto, ma si intuisce che manca qualcosa, che la magia è sparita, di Helno Rota De Lourcqua non c' traccia, a parte l'ultima frase in quarta di copertina del libretto che accompagna il CD, due semplice laconiche parole.

Pour Noël.


domenica 14 dicembre 2014

Cinema # 7 - L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente


Chen Ching Hua (looking at the Colosseum): How do you like this place? 
Tang Lung: Its a waste. All of this. In Hong Kong, I would build on it. Make money.

The way of the dragon - Bruce Lee (1972)



Quando aveva oltre 80 anni Mario, un signore americano nato a Genova nel 1900, decise di fare  il suo viaggio d'addio all'Italia, passò anche per Venezia, e siccome era un caro amico del mio "zio" americano, mio padre decise di ospitarlo a casa nostra, cedendogli la mia stanza per circa una settimana.
All'epoca era davvero la persona più vecchia che avessi mai visto, negli anni successivi ho parlato anche con ultra novantenni, ma logicamente nessuno nato prima di lui.

Lo rividi un paio di anni dopo a Los Angeles, mio "zio" spesso lo invitava a pranzo la domenica, mentre io ogni tanto passavo a trovarlo in bicicletta nella sua casa, sul Pico Boulevard. La zona non era esattamente Beverly Hills, ma nemmeno Englewood per intenderci, ormai abitava in quella casetta da 40 anni, mio zio l'aveva comperata assieme al terreno circostante da poco ma non gli faceva pagare un centesimo.
La casa era esattamente come doveva essere quella di un quasi novantenne: mobili vecchi di formica, carta da parati diventata beige per stanchezza, un odore da che sapeva di antico. Al muro il calendario in uso era attaccanto sopra quelli degli ultimi 10, 15 anni, tutti con delle annotazioni in una calligrafia elegante, comunque incomprensibile per me.

Un giorno mi raccontò la sua storia. 
Poco dopo la fine della grande Guerra, durante la quale era stato  imbarcato a bordo di uno dei primi sommergibili della marina italiana, partì per New York per lavorare come manovale al porto (avviso agli amici in camicia verde e in camicia nera, anche gli italiani sono stati extracomunitari).
Il lavoro era duro, divideva l'alloggio con altri italiani, risparmiava il più possibile per racimolare in fretta i soldi per sposare la sua fidanzata rimasta a Genova. Dopo qualche mese gli arrivò un telegramma, la sua amata improvvisamente era morta. Mi raccontò di come si sentì mancare la terra da sotto i piedi e di come decise che non ci fosse più alcun motivo per tornare in Italia (in realtà ci ritornò 2 volte, la prima dopo la seconda guerra mondiale, e l'ultima appunto negli anni '80).
Rimase ancora qualche anno a New York, poi si spostò verso Ovest, facendo mille lavori diversi, fino a quando arrivò a Los Angeles. Da buon italiano aveva una gestione attenta dei soldi, però al posto del classico materasso, li aveva sempre investiti in borsa. L'indomani del lunedì nero del 1987 mi disse con candore che aveva perso una bella cifra, poi sorridendo aggiunse che forse era l'unico uomo ad aver perso sia in quel crollo che in quello del 1929.
Parlava un italiano perfetto, con un lieve accento genovese (ogni tanto gli scappava un belin), con un vocabolario fermo agli anni '30,  descrisse la sua moglie americana, dalla quale aveva divorziato molti anni prima, come balenga, parlava delle gang di sudamericani che ronzavano attorno alla sua casa come di giannizzeri.
Insomma, linguisticamente parlando era un fossile vivente, come spesso capita con gli immigrati, però a differenza di tanti altri, non aveva imbastardito la sua lingua con vocaboli americani. Come una forma di attaccamento alla madre patria, aveva reso impermeabile il suo italiano a qualsiasi influenza esterna ed evoluzione.
Invece le lingue, così come i dialetti, si evolvono per forza, sicuramente uniformandosi tra di  loro, ma non possono stare ferme, assorbono vocaboli a discapito di altri, si inventano modi di dire.

La grande mattanza delle sale cinematografiche di Venezia è avvenuta a partire da fine anni Ottanta, perciò ho fatto in tempo a vedere film praticamente in una decina di cinema diversi, quasi tutti quelli della città (a parte forse un paio perchè già chiusi), l'unico che ho mancato è stato il cinema dell'Arsenale. 
Ho recuperato qualche hanno fa durante la Biennale di Musica, quando ci ho visto il concerto di tale Scanner, la sala a differenza delle altre è sopravvissuta tornando alle origini, cioè ad essere (di tanto in tanto) teatro.
Negli anni settanta scoppiò anche in Italia la "Bruce Lee Mania", come ovunque nel mondo il primi ad infatuarsi delle sue acrobazie furono gli adolescenti, quasi sempre delle zone più popolari. 
La fama di Bruce Lee e dei film di arti marziali in genere erano tali che persino Franco Franchi si cimentò, a suo modo, in un film d'azione, uscendo con una magnifica pellicola recitata in siciliano e finto cinese: "Ku Fu, dalla Sicilia con furore". Qui Franco Franchi, per diventare vigile urbano, è costretto a partecipare ad una gara di Karate,  scontrandosi con due maestri dell'arte del calibro di Gianni Agus (Kon Chi Lay!?) e Enzo Andronico (Ce-Lo-Kon-Te!?).
Le battute non sono esattamente a punta di fioretto, per darne un'idea, al culmine dello sforzo durante un combattimento all'interno della palestra di Gianni Agus, Franco Franchi rilascia un peto esplosivo, che fa dire al povero Agus: "Aprite porte e finestre, costui non ha solamente le dita d'acciaio...".

Quando Bruce Lee morì a soli 33 anni (ndr, come Cristo e John Belushi) passò dalla gloria alla leggenda.


Bruce Lee con moglie e il figlio Brandon

A vederli adesso i suoi film sono poco meno che imbarazzanti, con trame inverosimili, regie approssimative (tranne che nelle scene dei combattimenti),  solamente la soggezione nei confronti di Bruce Lee impedisce di ammettere ad alta voce che si tratta di film orribili. 

Però al tempo i suoi film riempivano le sale, e il cinema dell'Arsenale, la sala preferita di Castello, quartiere al tempo super popolare di Venezia, una volta esauriti i pochi titoli con il maestro di Hong Kong, iniziò a proiettare i suoi cloni. Il risultato era sempre lo stesso, decine di ragazzini (e non solo) si esaltavano a vedere le acrobazie dei combattimenti, ma era durante l'intervallo che i poteva godere del vero spettacolo, quando cioè a turno, coppie di ragazzini salivano sul palco ad imitare le mosse di Kung Fu viste sullo schermo pochi minuti prima, sostenuti ovviamente dal tifo da stadio dei compagni in platea.

Tra i film che ebbero maggiore successo di Bruce Lee c'é "L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente", per il quale scrisse la sceneggiatura e curò sia la regia che al produzione. La storia è ambientata a Roma, i cattivi (la Triade cinese) sono cattivissimi e vogliono taglieggiare la famiglia di Bruce Lee, che invece ovviamente mena fendenti a dritta e a manca, fino ad un improbabile e conclusivo  duello contro un giovane Chuck Norris con il Colosseo (!?)  di sfondo.

Fu poco dopo che inziai a sentire un espressione che girava per la città, cioè  "darghe de Chen (pronunciato Ken)" ad indicare il ripetere con una certa continuità e con forza un atto, un gesto, un'azione. Forse qualche esempio spiegherà meglio.
Comperi un disco nuovo, ti piace e lo ascolti 10 volte di seguito, il tuo vicino esasperato se ne accorge e tra le altre cose dice: "Ti ghe dà de chen co sto disco".
Hai la fidanzata nuova, lei ha la casa libera, progetti di "darghe de chen tutto il pomeriggio".
Stai piantando un chiodo su di una parete, non ci riesci, il vicino (probabilmente lo stesso del disco) da oltre il muro urla:  "Daghe de chen, ti vedarà  che l'entra".
Non ci sono prove scientifiche a sostegno della mia teoria, ma sono convinto che questo modo di dire nasca proprio dal film di Bruce Lee, magari non è vero, ma come si suol dire: "My Blog, my rules".

Quel che è certo è che con il tempo, proprio perché la lingua si evolve, sentire questa frase è diventato sempre più raro, adesso praticamente più nessuno dice "darghe de chen", temo dovremo aspettare il 2050, recuperare un novantenne veneziano emigrato in Australia, per risentirla di nuovo.