sabato 27 settembre 2014

Musica # 21 - Vita spericolata

"Battendo la palla, si è torto in sospensione, tronco parallelo al suolo, una specifica modalità, un supplemento d'intenzione verso la rete del vero attaccante di affondo, pure incline ai mezzi di fortuna."
La rovesciata in excelsis di Gigi Riva - Andrea Aloi

Di solito è un parente, oppure un vicino di casa.
Prima o poi capita che un coetaneo se ne vada quando tu non sei ancora adulto e la morte è una cosa che sembra non possa esistere, perché per un breve periodo della nostra esistenza siamo tutti immortali.

Era un lunedì di fine inverno, quando le giornate iniziano ad allungarsi e non fa più così freddo. 
Mentre camminavo tra i corridoi di scuola incrociai molti volti scuri, certi addirittura in lacrime, un po' eccessivo anche se si trattava del primo giorno della settimana.

Entrato in classe chiesi cosa fosse successo, qualcuno mi disse che un ragazzo di quinta, Marco, era morto durante il weekend.
Era in visita da dei parenti da qualche parte in Friuli quando senza alcun motivo plausibile aveva perso il controllo del motorino, andando a sbattere su di una cancellata, nonostante indossasse il casco era morto sul colpo, il fratello che viaggiava con lui invece se l'era cavata con qualche livido.
Ora, credo che l'incidente stradale sia
normalmente la causa di morte più diffusa in Italia per gli under 25, ma a Venezia si tratta di un evento piuttosto raro, statisticamente credo sia più facile che un Samoano muoia assiderato.

Conoscevo 
bene Marco, avevo fatto tutte le scuole elementari in classe con uno dei suoi fratelli, mentre in quegli anni delle superiori ci si vedeva spesso nei corridoi, aveva la faccia da paraculo, degli occhi azzurri e un sorriso che ti conquistava, in più (come molti altri adolescenti dell'epoca) tutti e due adoravamo Vasco Rossi.

Per noi, senza fratelli maggiori a passarci i Clash e i Sex Pistols, Vasco Rossi era la cosa più punk e più ribelle che c'era in giro. Uno che diceva le cose come le pensava, che se ne fotteva di tutti e del political correct, che poteva cantare frasi come "è andata a casa con il negro, la troia" senza passare per maschilista e razzista (almeno per noi). Se non bastasse era mal sopportato dagli adulti, il che lo rendeva ai nostri occhi ancora più un eroe.


Mi ricordo che avevamo scoperto di essere stati tutti e due ad un suo concerto, in un dimesso campo sportivo nella periferia di Mestre, forse 5.000 spettatori in tutto, probabilmente uno degli ultimi concerti nel quale Vasco era riuscito a cantare "Albachiara" senza arrendersi alla versione karaoke urlata dai suoi fans.
 



Biglietto del concerto di Vasco Rossi a Zelarino

Poco dopo la scomparsa di Marco, nel campetto di cemento ricavato nel chiostro quattrocentesco della scuola, iniziò un torneo di calcetto, che finì per essere intitolato a lui.

Decidemmo che se la nostra squadra avesse vinto il torneo, la coppa sarebbe stata regalata alla sua famiglia.  Vincemmo tutte le partite, inclusa la finale, senza grossi problemi. Segnai il gol del definitivo 7 a 3 con un'azione spettacolare: gran colpo di testa, palla respinta dalla traversa con una parabola morbida che mi supera, questione di un secondo, mi giro e con una rovesciata la colpisco al volo, gran botta dritta sotto l'incrocio. 

Un gesto così bello che andrebbe messo nel "Curriculum Vitae": "propensione al problem solving, al lavoro di squadra e a fare gol in rovesciata sul cemento".

Io e un mio compagno di squadra ci offrimmo volontari per consegnare la coppa alla famiglia di Marco, ma quando la recuperammo dall'ufficio del preside il coperchio ci sfuggì di mano e l'omino raffigurante un calciatore posto in cima si ruppe. 

Non potevamo certo portarla in quelle condizioni, così passammo nel negozio che ce l'aveva realizzata. Il tipo ci guardò e ci disse che dovevamo aspettare almeno 2 settimane, visto che aveva finito tutte le statuine di quella dimensione, gli spiegai che ci serviva subito, perchè stavamo andando dalla madre del ragazzo al quale era stato intitolato il torneo.
Da qualche cassetto saltò fuori una statuina un po' sghemba, sicuramente fuori scala, quasi metà di quella originale, ma era sempre meglio di niente.

La madre di Marco ci accolse con un sorriso, si capiva però che la sua testa era altrove, aveva davanti due ragazzi dell'età del figlio appena morto e probabilmente avrebbe voluto essere ovunque tranne che con noi. Comunque fu gentile,
ci fece accomodare, ci ringraziò per la coppa e per il pensiero, e ci offrì una coca cola.


Marco era ovunque in quella casa, sul quel tavolo in cucina dove aveva mangiato centinaia di volte, in quelle sedie di legno dove adesso stavamo noi, nello sguardo perso della madre.

Io guardavo quel calciatore minuscolo in bilico sul coperchio della coppa, con la speranza che la colla messa pochi minuti prima non ci tradisse, e mi venne in mente l'ultima immagine che avevo di Marco.


C'era stata una riunione di scuola pochi giorni prima di quel tragico weekend, passate le solite 2 ore ad ascoltare i capipopolo ripetenti, l'assemblea plenaria iniziò a sciolgliersi, dalla cassa dietro alle mie spalle sentii le note famigliari di "Vita Spericolata", mi girai verso la cattedra e vidi Marco, sapeva che l'avevo scoperto, mi guardò con la sua solita faccia da furbetto, aveva appoggiato le cuffie del walkman sul microfono e aveva fatto partire la cassetta di Vasco, il gesto più rivoluzionario al quale potevamo pensare.


Quando uscimmo in strada mi fermai un secondo, mi mancava quasi il respiro,  avevo realizzato che davvero Marco era morto, che non ci saremmo mai più rivisiti, nemmeno al Roxy Bar. La sua vita spericolata era durata un mezzo inverno, la mia invece... che dire, un paio di volte ho corso tenendo delle forbici in mano, e anche oggi continuo a mangiare le ciliegie con il nocciolo. 
Vi sembra pericoloso abbastanza?

giovedì 28 agosto 2014

Musica # 20 - Pink Moon

Saw it written and I saw it say 
Pink moon is on its way 
And none of you stand so tall 
Pink moon gonna get ye all 
And it’s a pink moon

Pink Moon - Nick Drake 1972


Da ragazzo, mentre frequentavo le scuole superiori, invidiavo quelli che a casa avevano "Lo Stereo":  piatto tedesco, casse svedesi, amplificatore giapponese, il tutto per una cifra inarrivabile per le mie misere entrate annuali.
C'è da dire che a volte l'impianto se lo ritrovano grazie a fratelli maggiori, altre volte a quell'altare di tecnologia venivano immolati vinili ignobili, da Baglioni a Phil Collins.

In quegli anni investivo in dischi (ma questo ormai lo sapete già) che ascoltavo sul giradischi italiano di mio padre. Dopo molto tempo riuscii ad acquistare un piatto da un mio amico, che stava passando ad un modello successivo, ma questo non mi bastava.

Finito il servizio militare trovai un lavoro per le vacanze di Natale presso un rifugio dalle parti di Cortina, i proprietari erano un ampezzano D.O.C. e sua moglie, una furlana che odiava i comunisti solamente meno delle tasse (anche se ai suoi occhi erano la stessa cosa). Lavoravano 16 ore al giorno, e noi con loro. Io stavo in cucina a fare lo sguattero, giusto per ricordare i miei tempi a Los Angeles, solamente che in quel rifugio la cucina si lavava 2 volte al giorno, nella splendida California non mi ricordo di averlo fatto più di una volta a settimana.

Alla fine tornai con un certo gruzzoletto, avevo lo stereo nuovo (quasi, di seconda mano) ma mi mancava la piastra, ovvero l'apparecchio per ascoltare e registrare le cassette.

Per una volta decisi di puntare al meglio, sempre con un occhio alle mie finanze, e acquistai una fiammante doppia piastra dell'AIWA da Barera, uno dei più prestigiosi negozi di stereofonia di Venezia (adesso credo sia diventato un negozio di scarpe).

Con questa a doppia piastra potevo non solo passare i vinili su nastro, ma addirittura duplicare tutte le cassette che volevo, e, attenzione, pure a doppia velocità.

Devo fare una confessione, ognuno ha un segreto oscuro nel proprio passato musicale, il mio è una certa ammirazione per i Queen, anche se a mia parziale  discolpa c'è da dire che mi ero fatto incantare dalle gesta di Christophe Lambert in  "Highlander", e di conseguenza dalla colonna sonora di quel film. 
Scuse a parte cercavo in qualche modo di recuperare tutta la loro musica, così un mio amico mi prestò una C90 (per quelli nati dopo il 1985, trattasi di una cassetta con nastro magnetico che può contenere fino a 90 minuti di musica totali divisi su due lati, di norma sufficiente per registrare un LP per lato), con un disco dei Queen sul lato A, e qualcun altro sul lato B.

La cassetta mi arrivò posizionata sul lato B, cioè per ascoltare i Queen avrei dovuto riavvolgere il nastro.  Mettici la pigrizia, e un po' di curiosità decisi che visto che c'ero, quel tizio registrato per riempire la C90 potevo pure ascoltarlo.

Non potevo sapere in che abisso di dolce malinconia mi sarei cacciato.

Voce e chitarra che più semplici e più complesse al tempo stesso non possono essere, 11 perle che sembrano fotografie in bianco e nero, avvolte nella nebbia inglese, e una sola canzone, "Pink Moon", con poche note di pianoforte suonate dallo stesso Drake, pianoforte che appare per pochi secondi per non ritornare più per tutto il disco, note come macchie di colore, che da sole valgono l'intera discografia di Mango.

Ventotto minuti, o poco più, Miruts Yifter riusciva a correrci tranquillamente i 10.000, fare il giro d'onore con la bandiera sulle spalle e farsi fotografare. Io in quella scarsa mezz'ora di Nick Drake mi ci persi, finito il nastro lo riavvolsi (Queen chi?) e lo ascoltai di nuovo.

Da dove diavolo sbucava questo tizio? Dove si era nascosto per tutto questo tempo?

Scoprii dopo che Nick Drake era un ragazzone inglese timido, alto quasi 2 metri, che aveva fatto in tempo a registrare 3 dischi, incredibilmente invisibili per i suoi contemporanei, prima di decidere di andarsene un pomeriggio di Novembre, a 26 anni.
All'epoca era ritornato ad abitare con i genitori, dopo le delusioni della sua vita d'artista a Londra, una sera salì nella sua cameretta, mise sul giradischi i concerti brandeburghesi di Bach e ingoiò una manciata di antidepressivi.

Nick Drake da bambino con la madre Molly

Ricordare Nick Drake come un semplice suicida depresso è riduttivo, lo so, ma per molti è la scorciatoia per cercare di capirlo, uno che scriveva canzoni del genere non poteva che finire in quel modo, come uno sconfitto qualsiasi.

Io credo che invece che il suo suicidio sia stato un caso, un finale di romanzo altrimenti meraviglioso, scritto in fretta e male. Il fatto che la sua musica sia stata ignorata mentre era in vita è un'altra casualità, a volte le cose funzionano, a volte no. 

Rodriguez dopo due capolavori fallimentari tornò a fare il muratore, mentre in Sud Africa diventava un mito, e aspettò la gloria (ammesso davvero l'aspettasse) per 40 anni, forse Nick Drake sarebbe diventato un noioso professore di Letteratura Inglese, e magari una leggenda metropolitana in Cile.

La sua musica non era troppo avanti per i suoi anni, semplicemente era altrove, ed è proprio li, altrove, che bisogna andare per ascoltarlo.

Degli insuccessi dei suoi concerti, della sua incredibile tecnica e della sua malinconica breve vita potete leggere sulla pagina di wikipedia, c'è tutto quello che serve per conoscerlo. Ma fino a quando non lo ascolterete, magari su di una vecchia cassetta, probabilmente non lo capirete mai. Delle volte si incontrano capolavori per sbaglio, nascosti sul lato B di una C90, dopo aver attraversato cucine a Cortina, negozi di stereofonia che non esistono più e doppie piastre (ora) obsolete.

Come direbbero i Queen: "It's a kind of Magic".






giovedì 21 agosto 2014

Musica # 19 - Musi-o-tunya

"Dr Livingstone, I presume?"

H.M. Stanley incontrando David Livingstone, 
10 Novembre 1871


Mia zia aveva una gatta soriana, "Perla", abitava nell'appartamento a fianco al mio, assieme a mia zia. Per capirsi erano coinquilini, la gatta e la zia. Come tutti i gatti era curiosa, e ogni tanto approfittando del fatto che le porte dei due appartamenti erano aperte, mi faceva vista, la gatta intendo, ma anche la zia.

Arrivava tranquilla e se ne stava zitta, intendo sempre la gatta, non la zia, lei invece parlava. Tutto sommato non mi dava fastidio, faceva un paio di giri, controllava che tutto fosse a posto e se ne tornava a casa sua, sto sempre parlando della gatta. Facciamo così, per evitare confusioni tutto quello che scrivo in questo post si riferisce alla gatta.

Ogni mese, ma in rare occasioni anche ogni 2 settimane, facevo visita (io da solo, non con la gatta e nemmeno con la zia) al mini negozio di dischi che da poco aveva aperto vicino a casa mia, specializzato in Reggae (indovinato, ha chiuso da anni e adesso c'è un'agenzia immobiliare, da rendere il tuo spirito libero con la poesia di Jah a legarti ad un mutuo MacLeod il passo è stato breve).


Compravo dischi quasi a caso, riuscivo a recuperare qualche informazione in giro, ma sostanzialmente andavo li, mi facevo ispirare dai nomi e dalle copertine e spendevo le mie 15.000 lire.
Jah mi proteggeva, alla fine devo aver preso giusto un paio di "bidoni", avesse avuto la mia guida spirituale Moratti nel calcio mercato dell'Inter, altro che una "triplete" in vent'anni di presidenza.

Da poco avevo comperato Musi-o-tunya dei Misty in Roots, una band Inglese che conoscevo solamente di nome e non avevo mai ascoltato prima, ma quel disco  mi ispirava.

La copertina disegnata da Hilary Paynter

Arrivato a casa me lo ascoltai un paio di volte di seguito, fronte e retro, "roots" allo stato puro, il nome del gruppo non mentiva. 
Il basso usciva dalle casse creando una specie di ragnatela sonora, che mi intrappolava, senza che io facessi troppa resistenza. 
La voce di Delvin Tyson, meno potente e meno carismatica di quella di Burning Spear, cantava di queste cascate magnifiche, tra lo Zambia e lo Zimbabwe.
I Misty in Roots erano la band politicamente più impegnata del reggae UK, meno esplosivi degli Steel Pulse e meno famosi degli Aswad, ma forse i più coerenti. Ad inizio anni '80 si erano trasferiti in Zimbabwe, rimanendoci per quasi un anno, le otto canzoni di "Musi-o-tunya" erano il frutto di quel periodo.
Otto quadri di un Africa non solamente idealizzata, ma anche vissuta, un gran bel disco insomma, anche questa volta Jah mi aveva guidato bene.

Quelle cascate, (le Victoria's falls che tutti da quelle parti chiamano
Musi-o-tunya, Il Fumo che Tuona) che i Misty in Roots aveva inserito nella copertina mi colpirono. Cercai nella vecchia enciclopedia sugli animali che avevo un'immagine delle Cascate di Vittoria, e anche a vederle piccole, da lontano facevano una certa impressione.
 
Nel 2000, l'agenzia di viaggi per la quale lavoravo mi offrì di partecipare ad un Educational/Premio in Africa, un tour di un paio di settimane tra Zambia, Zimbabwe e Botswana, più o meno nell'area attorno cascate di Vittoria.

Sullo sfondo, Musi-o-tunya, da notare
l'immagine di Shaft sulla t-shirt
Non ci potevo credere, dopo aver ascoltato centinaia di volte "Zimbabwe" di Bob Marley e "Musi-o-tunya", sarei davvero andato in Africa.

Incontrai il mio collega/amico Luca all'aeroporto di Johannesburg, poi, con un volo interno, arrivammo a Victoria Falls.
Dall'alto la pista dell'aeroporto non si distingueva dall'aerea tutta attorno, la stagione secca era al suo culmine, e tutta la vegetazione della zona ne portava i segni. L'aereo comunque atterrò senza troppo affanno sulla pista di terra battuta.

Ritirati i bagagli e ottenuto il visto finalmente calpestai la Terra d'Africa, riuscii a resistere alla tentazione di inginocchiarmi e baciare il terreno, come Cristoforo Colombo sbarcato a Santo Domingo, pensai che i fieri Zimbabwani non avrebbe capito il gesto.

Faceva caldo, il sole cadeva perpendicolare sulle nostre teste, e le poche piante piegate dalla siccità faceva del giallo il colore dominante del paesaggio.

L'albergo in cui arrivammo era il più antico della zona, costruito attorno alla fine del 800, lo spirito del glorioso passato coloniale aleggiava nelle stanze, come il fumo delle sigarette nei cinema degli anni '70. 
Posati i bagagli uscimmo a fare un giro, delle scimmie e delle manguste si aggiravano per la strada, a coppie o in piccoli gruppi, con la stessa tranquillità dei piccioni in Piazza San Marco.

Faceva davvero caldo, sembrava che l'erba potesse incendiarsi per autocombustione in qualsiasi istante, ad un certo punto vidi da lontano del fumo, nessuno sembrava curarsene, tesi l'orecchio in quella direzione e lo sentii, nitido, il tuono simile ad un ruggito delle Cascate di Vittoria, Musi-o-tunya.

Quando finalmente mi ci trovai di fronte provai ad immaginare come poteva aver reagito il dottor David Livingstone, il primo europeo a vederle, davanti a tale meraviglia. La stagione secca aveva ridotto l'acqua di quasi la metà, ma ciò nonostante erano uno spettacolo che ti toglieva il fiato.
I Misty in Roots avevano attinto a quelle cascate larghe un chilometro per creare un capolavoro, Musi-o-tunya. 

Mentre ascoltavo quel disco per la prima volta, non potevo certo sperare di trovarmi un giorno davanti allo Zambesi, ma niente mi impediva di sognarlo.
Per il primo mese lo misi sul giradischi almeno un paio di volte a settimana.
Un giorno stavo cucinando accompagnato dal roots reggae della band inglese quando sentii un rumore agghiacciante, che nessun proprietario di un vinile vorrebbe mai sentire.

Corsi in cameretta mia, e Perla, la gatta soriana di mia zia, stava facendo scratching sul lato A del LP, mini trucioli di vinile venivano lanciati in aria dal piatto che girava. Feci un urlo che staccò i poster dal muro, ma la gatta non si scompose nemmeno, mi guardò come solamente un gatto può fare e uscì con calma dalla stanza.

Da quella volta non sono più riuscito ad ascoltare il lato A di quel disco, dicono che non sia male. I presume.


mercoledì 13 agosto 2014

Musica # 18 - Sexual Healing

"Fioi, gavè na biro?"

Anonimo, Giardini Della Biennale, Estate 1985



Ad un certo punto arrivò una richiesta da parte dello "Zio" americano, c'era una ragazza, una delle tante del suo harem, che aveva bisogno di staccarsi dall'atmosfera soffocante di Los Angeles, voleva sapere se potevamo ospitarla per qualche mese.

La casa non era nemmeno di 70 metri quadrati, eravamo già in cinque, ma quando lo "Zio" chiamava, mio padre non poteva dire di no.

June arrivò fresca dei suoi 25 anni, bionda e bella come solamente le californiane potevano essere negli anni '80, e si piazzò in cameretta mia, purtroppo con me fuori, e finii per accamparmi nella stanza dei miei.

La tipa era proprio bella, aveva fatto la modella a LA, cercando come tutte di sfondare nel mondo del cinema, l'apice della sua carriera era stata la partecipazione al video "Pale Shelter" dei Tears For Fear (si, è la ragazza col costume rosso, la stessa che dopo abbraccia il tipo sulla pista dell'aeroporto).
Anche dal vivo si notava, al punto che ogni tanto al citofono di casa nostra suonava qualche bel giovanotto della zona in cerca di lei, mio padre cercava di limitare i danni, e in qualche modo ci riusciva.

Un giorno June, scura in volto, ci disse che Marvin Gaye era stato ucciso dal padre, aveva la faccia stravolta, io reagii come se mi avessero informato dell'assassinio del bassista della cover band lituana dei Matia Bazar. 



Marvin Gaye, Londra 1981

In effetti quel nome non mi era nuovo, mi ricordai dopo di un video che girava su Videomusic (anni '80, giusto?) che si chiamava "Sexual Healing". La mia conoscenza di uno dei più grand cantanti soul si limitava a quello, ma a 15 anni, con un padre che si era fermato a Frank Sinatra e Nat King Cole, saltando direttamente agli Inti-Illimani, potevo essere scusato.

Mio "Zio" arrivò a recuperarla qualche mese dopo, si era portato un'altra tipa, ovviamente, la trovò più tranquilla e ingrassata, a quanto pare smettere di usare cocaina porta anche a questo.

Partì con lui e io finalmente mi riappropriai della mia cameretta.

Quell'estate iniziai ad uscire con degli amici di mia sorella, tutti più grandi di me. Una sera andammo ad una festa Reggae ai Giardini della Biennale, i Pitura Freska non erano ancora esplosi, e non conoscevo nessun altro, al di fuori di me, con la passione per quella musica, perciò ogni occasione per ascoltarla andava presa al volo.

Eravamo appena arrivati quando dalle casse partì "Sexual Healing" versione reggae, di tale Eddie Lovette, al solito feci lo sborone e raccontai a tutti che il vero autore, Marvin Gaye era stato ucciso dal padre pochi mesi prima, mi zittirono con una birra, e fu solo l'inizio.
Estate, caldo, reggae, a metà serata io e uno dei miei amici avevamo già immolato una decina di lattine sull'altare di Bob Marley, nel campionato delle lager viaggiavamo verso una salvezza tranquilla.

La musica finisce, è ormai mezzanotte, quando da un angolo scuro del parco ci viene incontro un tipo, il lampione alle sue spalle crea un effetto “Esorcista” inquietante. Dalla camminata si intuisce che nel campionato delle lager lui sta lottando sicuramente per un posto in Champions. 
Con lo sguardo non proprio da "eye of the tiger" ci chiede in veneziano se abbiamo una biro da prestargli. Il mio amico, che a mia insaputa aveva evidentemente abbandonato i bassi fondi della classifica e ormai puntava chiaramente ad un posto in UEFA, alza una lattina di birra e gli risponde “No, ma se ti vol go na bira”.

Il tipo emerso dal buio si blocca, vedo che dietro quello sguardo annebbiato qualcosa si muove, poi un lampo, ha un sussulto, afferra la lattina. Mentre se ne va si volta e con gli ultimi 32 MB di memoria libera del suo cervello ci dice una cosa che ci lascia impietriti:
“Grazie, ogni arma è utile per un grande guerriero”, e ritorna nel buio, da dove se ne era venuto.

Torniamo a casa, stanchi ma felici, con una perla di saggezza in più da dividere con i posteri.

Mia madre non mi aveva imposto un coprifuoco, l'unica cosa che dovevo fare era quella di avvisarla una vola arrivata a casa.

Con le luci spente mi avvicino al suo lato del letto, puzzo come un tavolo dell'Oktoberfest, le dico che sono arrivato, lei nel dormiveglia mi chiede se ho bevuto della birra.
"Solamente una lattina mamma. Buonanotte".

Mi stendo sul letto, salpo per il Mare del Sonno avvolto nella nebbia dell'alcool, e mentre mi allontano sempre di più, un dubbio mi assale. 

Come diavolo avrà fatto quel tipo a scrivere con una lattina di Forst.




giovedì 7 agosto 2014

Cinema # 5 - Balla con i lupi


John Dunbar: I've always wanted to see the frontier.
Major Fambrough: See the frontier?
John Dunbar: Yes, sir. Before it's gone.

Dance with the wolves


Per un attimo ci spero, sarebbe bello che un proiettile lo colpisse, solamente lui, non il cavallo, e che lo lasciasse secco a terra. Poi penso che se il film finisce adesso, come cazzo devo passare i prossimi 180 minuti in un cinema enorme, al buio?

Per fortuna tutti i colpi vanno a vuoto, John Dunbar/Kevin Costner finisce la sua corsa a cavallo indenne, così il suo maldestro tentativo di suicidio diventa un atto di eroismo, e lui di conseguenza un eroe.

Il film va avanti per circa 3 ore, non è male, per me che "Ombre Rosse" era il soprannome di un vicino di casa frequentatore di baccari, e non il film di John Ford, gli indiani non sono mai stati dei veri nemici, e l'immagine che ne viene fuori da "Balla con i lupi" mi sta bene.

L'ho visto di recente, il film, non è invecchiato male, a differenza dell'attore/regista, la cui interpretazione migliore degli ultimi anni è stata la pubblicità alle scarpe Valleverde.

 

Il super patriottico John Dunbar/Kevin Costner

Comunque me ne sto in quella gigantesca sala al buio con mio padre, non mi ricordo perché siamo andati al cinema assieme, nè tantomeno proprio perchè a Mestre, forse nelle poche sale rimaste a Venezia non lo davano già più.

Finito il film usciamo, mio padre mi vuole offrire la cena, io non ho tanta voglia, da un po' di tempo provo un risentimento nei suoi confronti al quale non riesco a dare un nome.

Camminiamo per dieci minuti per le strade mezze vuote di Mestre, sempre in silenzio, mangiamo una cena veloce in una specie di self service, ci scambiano giusto un paio di parole, così, per educazione.

Mia madre se n'è andata da qualche anno, le mie sorelle abitano da un'altra parte e ormai siamo solamente io e lui, due uomini soli, orfani della stessa donna, separati da oltre quarant'anni di sconfitte (e qualche pareggio).

Con il tempo la situazione tra di noi non migliora, non ne capisco il motivo, poi, durante una serata a base di Porto nel ristorante di Los Angeles ho un'epifania, e scopro da dove viene tutto quel rancore*.

Come la strega Karabà, che durante tutta la storia è più cattiva di Romeo Benetti, ma che appena Kirikù la libera dalla spina conficcata sulla schiena diventa buonissima (e bella), anche io trovo la pace e divento più buono, non che fossi nemmeno lontanamente cattivo come Romeo Benetti (ma in realtà chi può esserlo, se non un personaggio di fantasia come la strega Karabà?).

 
Romeo Benetti con il suo abituale sguardo anti-sommossa

Quando torno in Italia sono più sereno, inizio a parlare con mio padre, vorrei chiedergli un sacco di cose, ma poi l'occasione buona sembra essere sempre quella del giorno dopo, e intanto il tempo passa.

Un lunedì vado a trovarlo in ospedale, mancano cinque giorni al mio compleanno, entro nella sua stanza, vedo il letto rifatto e il comodino pulito, l'altro paziente mi guarda stupefatto e mi dice: 

"Ma come, non ti hanno detto che questa notte è morto?"
"Certo che me l'hanno detto, è che mi sembrava uno scherzo telefonico, così sono venuto a vedere di persona, coglione!", è quello che avrei voluto dirgli, e invece balbetto un "No" e scappo fuori dalla stanza.

Non va bene così, avevo un mille domande da fare a mio padre, volevo sapere com'era stato vivere sotto il fascismo da ragazzino comunista, come aveva reagito quando aveva saputo dell'esplosioni delle bombe atomiche, o dei campi di sterminio nazisti.
Cosa stava facendo mentre l'uomo atterrava sulla Luna, oppure come diavolo aveva fatto a crescere tre figli, io che faccio fatica a crescerne uno.

Volevo sapere se aveva attraversato la vita come John Dunbar/Kevin Costner, al ralenty, in groppa ad un cavallo e ad occhi chiusi, sperando di evitare i proiettili nemici.
Se non era riuscito a vedere la frontiera per colpa nostra, o se eravamo stati noi, i suoi figli, la sua frontiera.

Quella sera, appena uscito dal cinema, mentre cammino tra le strade buie di Mestre ancora non lo so, ma quello è l'ultimo film che vedrò con mio padre. 

Lui mi aveva portato a vedere, tra gli altri, "Cristo si è fermato ad Eboli" e "Apocalypse Now" a nemmeno 12 anni, finire con "Balla con i lupi" non è poi così male.

Se potete, una di queste sere andate a trovare vostro padre, portatelo a cena o, meglio ancora, al cinema, e quando lo riaccompagnate a casa dategli una carezza e ditegli: questa è la carezza del Poltronauta.






*Mi dispiace ma non posso dirlo, è un segreto.


mercoledì 23 luglio 2014

Sport # 7 - L'Inter

"Credo che il mio cane sia Interista"
"E perchè?"
"Beh, quando l'Inter pareggia se ne sta ore davanti alla finestra a fissare il vuoto, quando perde entra nella cuccia e se ne esce 2 dopo giorni"
"Scusa, ma quando l'Inter vince cosa fa?"
"Non lo so, ce l'ho solamente da 4 anni"


Certe cose ti capitano, e non sai nemmeno il perchè. Te ne stai tranquillo per i fatti tuoi e un gabbiano (non un piccione) ti caga in testa, al volo.

Altre cose sono ereditarie, quando te ne accorgi è già troppo tardi.
Tipo la squadra del cuore.
Mio padre era Interista e di conseguenza lo sono diventato anche io, per quanto col tempo ho capito che non sarebbe mai potuto andare diversamente. 

Alla fine, ti abitui a vincere quasi tutti gli scudetti ad Agosto, e mai nessuno a Maggio; ti stupisci quando dopo l'Inverno passato a cercare di appassionarti al cricket o alla pelota basca, ti accorgi che in panchina c'è lo stesso allenatore che avevi lasciato ad inizio campionato; ti sembra logico scoprire che ci sono voluti 27 terzini sinistri in meno di 10 anni (incluso un tale Roberto Carlos) prima di arrivare a Vratilav Gresko.

Pure nel momento di gloria più alto degli ultimi 40 anni, quando a Madrid l'Inter finalmente vince la Coppa dei Campioni (non chiamiamola "Champion's"), non resisti, riesci anche in quel momento a rovinarti la serata, perché ovviamente il tuo allenatore decide di lasciare la squadra 15 minuti dopo aver baciato la coppa.

Ecco, in quei momenti capisci che non sei Interista perché la tua squadra è l'Inter, ma che la tua squadra è l'Inter perché sei Interista

Inoltre, inutile negarlo, essere Interista è una grande palestra di vita.
Dopo che hai vissuto il 5 maggio ascoltando "Tutto il calcio minuto per minuto" fino al quarto goal della Lazio, cos'altro ti può spaventare nella vita? Una malattia? Un amore che finisce? 
Ti ritrovi con gli anticorpi della tristezza grossi come pastori maremmani (intesi come cani), e tutto si ridimensiona.

Non so perchè mio padre fosse Interista, forse lo era suo padre, che pure morì pochi anni dopo la sua nascita, non gliel'ho mai chiesto, e adesso è tardi.  Ma sarebbe stato come cercare di capire perchè il cielo è azzurro, certo c'è una spiegazione scientifica, ma saperlo cambia qualcosa?

Mio padre mi raccontò che da bambino, negli anni '30, vide Giuseppe Meazza alla stazione di Venezia, l'incontro fu così tanto emozionante che si pisciò letteralmente addosso.
Vedere i propri idoli in quegli anni doveva essere un'esperienza mistica, le partite venivaro radio trasmesse, non c'era nemmeno l'album Panini, pochi anche i resoconti fotografici. L'unico modo per vederli era quello di assistere ad una partita dal vivo, oppure incrociarli per strada.

Ad un certo punto, quando avevo 9 anni, mio padre decise che voleva farmi vivere l'emozione di incontrare da vicino i calciatori dell'Inter, chiamò un suo amico i cui figli all'epoca giocavano in serie A e si fece dire in quale albergo di Bologna di solito la squadra ospite alloggiasse, per la cronaca il Royal Hotel Carlton.

Repertorio # 15 - Check in card Royal Hotel Carlton

Così prenotò una stanza per il sabato successivo, la sera prima di Bologna-Inter.

Dopo una notte (quasi insonne per me) in quella camera d'albergo, domenica mattina ci alzammo e facemmo colazione. Con me avevo una foto, in bianco e nero, formato A4,  che mi ritraeva vestito da Interista, il piano era quello di aggirarsi in sala colazione e farsi lasciare sul retro gli autografi dai vari calciatori.
Io li conoscevo abbastanza, ma il fatto che fossero in scala 1:1 e in borghese mi confondeva un po', così mio padre si avvicinò ad un bel giovanotto che stava chiaccherando con due stangone bionde, gli chiese se fosse un calciatore dell'Inter, il trio si fece una bella risata e mio padre capì che di certo non avevano passato la notte a parlare di schemi e fuorigioco.

Poi riconobbe un vero giocatore dell'Inter, tale Merlo, che se ne stava in disparte tutto solo, il tipo fu molto disponibile, mi fece l'autografo e poi parlò  con mio padre per 10 minuti, lamentandosi del Mister, dei pochi minuti giocati, e altro ancora. Il calciatore successivo si chiamava Pavone, giuro che è vero, non facciamo battute, anche perchè il problema è che l'Inter non è stata una squadra di uccelli solamente quell'anno.

Via via riuscii ad ottenere l'autografo di tutti i calciatori, da Nazzareno Canuti a Graziano Bini, da Alessandro "Il Farmacista" Scanziani all'elegantissimo Giacinto Facchetti, infine arrivò pure l'autografo del mister, Eugenio "Sergente di Ferro" Bersellini.  
L'unico che mi sfuggì fu ovviamente anche quello al quale ci tenevo di più (quando si dice essere interisti), infatti per qualche misterioso motivo Ivano Bordon da Marghera, l'eterno vice di Dino Zoff, saltò la colazione lasciando uno spazio vuoto sul retro della mia fotografia.


Formazione Internazionale dall'album Panini. Campionato 1977-78

Fu una mattina memorabile, e il pomeriggio doveva ancora arrivare.

Il mio ingresso al Dall'Ara, lo stadio di Bologna, è un'immagine che mi porterò fino alla fine dei miei giorni, un campo gigantesco e delle tribune infinite stracolme di persone, pensai seriamente ci fossero almeno 250.000 persone, ma credo fossero in realtà di meno.

Dopo pochi minuti, con un plastico volo, l'altro mio idolo Interista, Carletto Muraro di Gazzo, Padova, fece un gol capolavoro di testa, sorprendentemente salutato da un boato gigantesco.

A fine del primo tempo il Bologna pareggiò, poco male.

Durante la ripresa la vescica mi tradì, e costrinsi mio padre a portarmi  in bagno, mentre finalmente facevo i miei bisogni un boato simile a quello che aveva accompagnato il gol di Muraro mi regalò un sorriso.

Appena usciti dal ventre del Dall'Ara cercai il mega tabellone e vidi il risultato, 2-1 che non cambiò più fino alla fine, ovviamente in favore del Bologna.

Sono Interista, che ve lo dico a fare.