"Michelangelo, telefono per tu!" "E chi è?" "È Carlito" Io mammate e tu - Karl Zéro and Eric Laugérias
Qualche giorno fa l'azienda per la quale lavoro mi ha dato il benservito, diciamo che la storia sarebbe un po' più complessa da spiegare, ma in buona sostanza le cose sono andate così, con il tipo davanti a me che mi spiegava di come il mio stipendio fosse diventato la zavorra che impediva alla mongolfiera/azienda di solcare i cieli del libero mercato. Mentre mi parlava di tasse, Jobs act e imprenditori tartassati, mi sentivo come Keanu Reeves quando "vede" il Matrix e si muove così velocemente da sembrare lentissimo, la realtà intorno a me perdeva i contorni mentre io mi immaginavo questa mongolfiera libera dal peso del mio stipendio, finalmente in grado di riprendere a volare. Il mio primo pensiero, una volta ritornato in me, è stato che, avessi saputo di avere uno stipendio così pesante, mi sarei comperato una Bentley per parcheggiarla in fondamenta sotto casa mia e non mi sarei limitato a pagare l'affitto e le bollette in ritardo. Il secondo pensiero è stato più etereo e filosofico, cioè mi sono detto: "È mò, che cazzo faccio?". Tornato a casa ho recuperato il floppy disk dove si trovava il mio curriculum, giusto per far capire quanto tempo era passato dal mio ultimo aggiornamento, e ho iniziato a leggerlo. A parte il censimento dei piccioni di Venezia, mio cavallo di battaglia, come i numerosi lettori di questo blog sapranno (vedi"Face a la mer"), il resto era di una desolazione da film post atomico, 20 anni o giù di lì riassunti in un paio di paginette scarse. A vederle non mi sarei assunto nemmeno io, e io mi voglio pure discretamente bene. Ma per uno come me, che ha visto ben di peggio (tipo Gresko nella fascia sinistra dell'Inter di Cuper, oppure l'ultima puntata di "Lost", con tanto di duello sulla scogliera a picco sul mare), la lettura della mia triste vita (ex) lavorativa non mi è sembrato un motivo sufficiente per abbattermi, semplicemente non si può, lo sappiamo tutti che quasi sempre le bollette vincono sui sogni. Non mi sono perso d'animo e mi sono concentrato, pensando quale potesse essere il lavoro che davvero avrei voluto fare. Escluso il calciatore e l'astronauta, per raggiunti limiti d'età, e il pensionato, per non avere raggiunto quel limite d'età, ho capito che avrei dovuto ridimensionare i miei sogni, e passare alla quarta posizione, trovandomi davanti al vuoto assoluto, senza neppure poter chiedere l'aiuto del pubblico in sala o poter fare una telefonata a casa. Poi mi sono detto che, almeno in questa fase del tutto teorica, i miei sogni avrebbero vinto. Dopo qualche minuto, o forse ora, ho deciso che uno dei lavori che mi sarebbe piaciuto fare è quello di selezionatore di musica per le serie TV, pescare cioè a man bassa nella mia collezione di 15.000 pezzi tra CD e vinili (in realtà sono un decimo, ma almeno nei sogni, fatemi fare vivere alla grande) per trovare qualche chicca da piazzare nelle varie produzioni televisive. Figure professionali del genere esistono, e ci hanno regalato momenti indimenticabili, come la già citata"How to fight loneliness"dei Wilco in "How I met your mother", oppure l'incredibile scena nella quale Gale, l'apprendista chimico di "Breaking bad", mentre annaffia le piante di casa, canta per circa un minuto "Crapa pelada" (Crapa Pelada la fà i turtei, ghe ne dà minga ai sò fradei. I sò fradei fan la fritada. ghe ne dan minga a Crapa Pelada. Oh! Oh! Oh! Oh) del Quartetto Cetra. Sempre nel a bellissima serie "Breaking bad" ho scoperto, grazie a "Magic arrow", i "Timber Timbre", una band canadese dal suono particolare, che Wikipedia definisce "freak folk", e soprattutto dal cantante con una capigliatura riportata inguardabile.
La cura delle colonne sonore delle serie TV americane però non è cosa recente, da sempre c'è un'attenzione particolare alla musica che accompagna le parti filmate. Una delle prime volte che ne ho capito il potenziale è stato durante la puntata "Improbable" di X-Files, una di quelle puntate un po' bizzarre, slegate dalla trama orizzontale del complotto e degli alieni, nella quale appare addirittura Burt Reynolds come special guest. A più riprese, durante quella puntata sento dei brani che mi suonano famigliari, ma cantati in modo leggermente diverso, quasi beffardo. Dopo qualche ricerca online scopro chi è l'autore, chiedo al mio pusher abituale di CD che mi congeda con un secco "mai sentio" (mai sentito, ndr), e allora in un momento di lucida follia ordino il CD da un negozio francese online. Francese, perché il disco in questione è "Songs for Cabriolets and Otros Tipos de Vehiculos", di tale Karl Zéro, aka Marc Tellenne, un cantante/presentatore/comico francese dal passato punk, una personalità dissacrante della TV francese, una specie di Luttazzi d'oltralpe, già disegnatore di fumetti per il leggendario Metal Hurlant e per l'oggi mestamente famoso Charlie Hebdo.
Il disco è fatto esclusivamente di cover di canzoni europee degli anni '50 e '60, arrangiate in modo ruffiano, simili agli originali ma abbastanza diversi da farsi notare. Karl Zéro canta in francese, ma anche (con un accento mostruosamente francese) in spagnolo, greco, inglese e ovviamente in italiano/napoletano, visto che si cimenta in alcuni classici di Carosone.
Il pezzo più straordinario è "Io mammate e tu" cantata in duetto con tale Eric Laugérias e rivisitato in chiave omosessuale, dove i due innamorati non sono un ragazzo e una ragazza, ma due giovanotti di nome Michelangelo e Carlito, un colpo di genio di Karl Zéro, con il testo uguale all'originale, con San Gennaro e tutto il resto, ma con qualche parolaccia che Carosone non avrebbe mai pronunciata (tipo uno "stronzo" con una zeta che più francese non si può). Come sia arrivato alle orecchie di Chris Carter, lo storico creatore di X-Files, resta un mistero, però sembra che la puntata sia costruita attorno alle canzoni di questo CD, vero protagonista con ben otto pezzi. Chissà se Karl Zéro gli manda gli auguri a Natale.
Adesso che tutto si scarica sembra più facile, però quando si ha accesso a milioni di pezzi, una guida serve ancora di più, ed ecco che entra in gioco Il Poltronauta, per preventivi sapete come contattarmi. Come s'intitolava lo struggente documentario su Joe Strummer, "The future is unwritten", intanto aspetto, e pesco un po' a casaccio nel muro del suono che sta difronte alla mia poltrona, e mi dipingo addosso le colonne sonore per queste mie giornate di riflessione.
Uno dei tanti paradossi di Venezia riguarda il cinema, nonostante ospiti uno dei più antichi festival del cinema del mondo (una volta anche tra i più prestigiosi) le sale cinematografiche cittadine hanno corso il reale rischio di estinguersi.
A tenere in piedi un'attività tanto dispendiosa in termini di metri quadri, in una città lentamente trasformata in un gigantesco "mole", è stata la pubblica amministrazione, cioè le varie giunte rette da faccendieri comunisti, che hanno restaurato e infine restituito alla cittadinanza tre cinema ( due a Venezia è uno al Lido).
A metà anni novanta, quando le sale cinematografiche di Venezia iniziarono a cadere come tessere di domino, gli illuminati imprenditori veneziani, discendenti da generazioni di mercanti e mecenati, dimostrarono di essere nani su spalle dei giganti, e volsero lo sguardo altrove, tutti presi a lamentarsi del declino della città e della qualità (intesa come portafoglio) dei suoi visitatori.
Come già saprà il ristretto manipolo dei lettori di questo blog, grazie alla mia passione per la settima arte, sono riuscito a vedere film in gran parte dei cinema veneziani. Due su tutte le sale alle quali ero più affezionato, il cinema Accademia, e il cinema Olimpia.
In realtà i due cinema erano gemellati, nel senso che avevano la stessa gestione, io, a forza di assidue frequentazioni, finii per fare amicizia con un paio di ragazzi che si alternavano alla biglietteria. Erano due tipi poco più grandi di me, molto colti e non proprio dei "tombeurs des femmes".
Assieme ad altri personaggi di spessore simile portavano avanti una delle tradizioni più tristi che abbia mai visto, ogni 31 dicembre raggiungevano il ragazzo di turno al cinema Olimpia, poi alla fine della proiezione dell'ultimo spettacolo, aspettavano la mezzanotte tra le poltrone della sala ormai vuota, per brindare con una bottiglia di prosecco.
Erano tutti cinefili colti, appassionati dei discorsi fuori sincrono con i quali Enrico Ghezzi farciva i minuti morti del suo "Fuori Orario", ma in fondo avrebbero bruciato la pellicola originale di "Zabrinski point" pur di vedere Maurizo Merli nel sequel del primo "Mannaja". Credo che proprio per questo, uno dei tipi, non mi ricordo chi, se ne era venuto fuori con un sistema di classificazione che il gruppo di amici applicava esclusivamente ai film d'azione: D, DD e DDD.
"D" stava per "daghe" (cioè il romanesco daje), sibilato a denti stretti quando l'eroe del film iniziava a menare le mani (diciamo la classica situazione del primo tempo di un qualsiasi film di Bruce Lee).
Il "DD", ovvero Daghe Dio, veniva invece esclamato con più energia, quando il paladino del film iniziava ad alzare la testa dopo aver subito qualche piccola angheria (diciamo la situazione che spesso si vedeva nel secondo tempo dei film di Bruce Lee).
Infine c'era il "DDD", ovvero l'urlo non più trattenuto di Daghe Dio Daghe!, a volte accompagnato da entrambe le mani appoggiate ai braccioli della poltrona e con il corpo proteso verso lo schermo. Rarissimamente tra la seconda è la terza "D" si aggiungeva una "C", per "can" (sempre in Veneto, non in inglese), però essendo i componenti del gruppo tutti di formazione cattolica si trattava di situazioni estremamente rare.
Anche il "DDD" semplice, per una convenzione non scritta, veniva usato con una certa parsimonia. I film degni di un pieno "DDD" si potevano contare sulle dita di una mano, e comunque prima di ottenere tale certificato erano sottoposti ad attente analisi e a veti incrociati.
Personalmente non ho mai partecipato ai loro cineforum, ma per me l'unico film degno delle tre "D", incluse le mani sui braccioli, è "Cane di paglia".
Il film, il cui titolo originale era "Straw dogs", cioè "Cani di paglia", inizia con una frase apocrifa di Mao Tse-Tung, qualcosa tipo "Alcune persone trattano gli altri come fossero cani di paglia, ma a volte anche la paglia si incendia". Non ho trovato nessuna conferma che una frase del genere sia davvero di Mao, ma all'epoca al grande timoniere cinese venivano attribuite decine di citazioni, spesso infondate, un po' come fa adesso il "popolo della rete" con le buon anime di Sandro Pertini e Mark Twain. A dire il vero la paternità della frase data a Mao è plausibile, visto che l'immagine retorica del "cane di paglia" è ben radicata nella cultura cinese, sostanzialmente sono figure destinate al sacrificio, ma che vanno sempre trattate con un certo rispetto, perché un po' si possono incazzare, come dice il filosofo cinese padre del Taoismo Lao Tzu: "Heaven and Earth ade ruthless and treat the myriad creatures as straw dogs" (Non so voi, ma io a questo punto non ci sto capendo più nulla).
Gli interpreti del film sono un giovane Dustin Hoffman, che interpreta un mansueto professorino di matematica, e una giovanissima, bellissima, Susan George , nella parte della moglie sexy, la regia è di un ispirato Sam Peckinpah, nel pieno della sua vita artistica e ancora non rovinato dell'alcol e dalle droghe.
Per chi non l'avesse ancora visto, il film racconta di questa coppia che va in vacanza nella casa d'origine della moglie, in un paesino sperduto dell'Inghilterra. I bulli della zona, tra i quali l'ex fidanzatino di Susan George, iniziano a farsi gioco del professore, lo insultano, fanno delle pesanti allusioni nei confronti della moglie e arrivano addirittura a violentarla.
Non sei nemmeno a metà film che inizia a salirti la rabbia, speri che il giovane Dustin alzi la testa, si ribelli, si difenda. Ti ritrovi a dire a denti stretti "Daghe"' e poi "Daghe Dio", ad un certo punto i teppisti esagerano e provano ad entrare nella casa del professore e allora lui "sbrocca" e si incazza come solamente un uomo tranquillo può fare, tu finalmente urli "Daghe, Dio, Daghe!", con le mani appoggiate sui braccioli della poltrona e vuoi bene a quell'uomo. I bulli diventano il tuo vicino che puntualmente lascia l'immondizia per strada dopo che lo spazzino è passato, il solito furbo che ti taglia la coda al supermercato, il commerciante al quale devi chiedere lo scontrino almeno un paio di volte, l'abusivo che ti vende i bastoncini per i selfie e lo scontrino non sa nemmeno cosa sia.
Alla fine il professore diventa una bestia, un cane di paglia che si incendia, e fa fuori tutti gli aggressori, neanche fosse Maurizio Merli, e quando partono i titoli di coda ti senti soddisfatto.
Inutile dirlo, ma quei due cinema sono mai chiusi da anni, i capodanni più tristi del mondo non si fanno più da un bel po', a pensarci adesso non erano poi così male.
Ora il Cinema Olimpia è un "elegante" teatro per turisti, mentre di recente il Cinema Accademia ha dato segni di vita, nel senso che dopo anni di chiusura, i proprietari, la famiglia Guetta Finzi, hanno iniziato a restaurarlo. Non ho idea di come rinascerà, forse diventerà boutique di lusso, o forse un ristorante con la pasta e fagioli a 40 euro al piatto
In ogni caso Dustin, se leggi il post, potrebbe servirmi il tuo aiuto.
"Capitale Stoccolma, un milione e mezzo di persone, con un reddito medio di un milione e mezzo di lire all'anno. Cinquecento telefoni e trecento venti televisioni ogni mille persone. Il che farebbe supporre che uno svedese medio passi metà del suo tempo a telefonare e un altro terzo davanti al video"
"Svezia, Inferno e Paradiso"1967
L'unico aspetto positivo dell'aver perso i genitori attorno ai 20 anni (un po' prima e un po' dopo) è che, nel mio caso, ho risparmiato loro lo spettacolo triste del mio decadimento. Li ho salvati dal vedermi spiaggiato nella seconda parte della mia vita come una balena qualsiasi, incastrato nelle secche del mio virtuale Bacàn (per i non veneziani, il Bacàn, quello vero, è la zona della laguna davanti alla bocca di porto tra il Lido e Punta Sabbioni).
Eppure la mia infanzia sembrava presagire un futuro più roseo e ricco di soddisfazioni. Alla fine del mio penultimo anno d'asilo le maestre suggerirono ai miei genitori di farmi saltare l'ultimo anno e di iniziare subito la prima elementare. Niente male, a soli 5 anni ero già motivo di orgoglio di mamma e papà.
All'epoca però la scuola pubblica non permetteva di iscriversi in prima elementare con un anno d'anticipo, l'unica opzione era una scuola privata, gestita da suore, abbastanza esclusiva e anche costosa. Per i soldi in qualche modo i miei si sarebbero arrangiati, ma per entrare in quella scuola serviva un pedigree che la mia famiglia non possedeva, senza contare che mio padre era tesserato PCI fin dal 1945 e non avevamo nessun zio prete.
Ma essendo sempre stata una persona corretta e generosa, mio padre aveva molti amici trasversali, tra i quali un notabile democristiano, una specie di eminenza grigia della zona che mise una buona parola e mi fece entrare saltando la lista d'attesa.Così a cinque anni e 7 mesi varcai il portone della scuola elementare "Imelda Lambertini", famosa per la professionalità delle suore/maestre e per usare il metodo Montessori.
Gran parte dei miei compagni erano figli di professionisti, un paio abitavano sul Canal Grande, un bambino, il cui padre era un diplomatico, aveva il salone di casa, solamente il salone, che misurava 100 metri quadrati, quasi il doppio dell'intera casa mia. C'erano anche bambini che provenivano da famiglie normali, come Michele, che divenne il mio compagno preferito fin dai primi giorni.
Andavamo d'accordo su tutto, anche sulla squadra di calcio, l'Inter, ed eravamo così in sintonia da non litigare nemmeno sulla scelta dei nostri idoli, ovviamente attaccanti, lui scelse Alessandro "Spillo" Altobelli, io invece Carletto Muraro, da Ghezzo, Padova.Qualche anno dopo, nell'estate del 1982, l'idolo di Michele, Altobelli, alzava la coppa del mondo in una magica notte di Madrid, mentre il mio eroe, ormai figurante in squadre di provincia, mangiava una pizza in qualche ristorante di Bibione. Giusto per far capire che c'è sempre qualcuno (io) più interista di qualcun altro.Negli anni '70, in attesa dell'arrivo delle reti private, la TV dei ragazzi era ben poca cosa, essendoci solamente la RAI non avevamo altra scelta, perciò tutti i bambini guardavano lo stesso programma.
Una mattina durante la ricreazione io e Michele ci ritrovammo a fischiettare la stessa canzone, sentita appunto il giorno prima durante una trasmissione per bambini. Ma facciamo un passo indietro.Ad inizio degli anni sessanta scoppiò un fenomeno cinematografico tutto italiano, il cosiddetto "mondo movie", il cui capostipite fu il "meraviglioso" lungometraggio di Gualtiero Jacopetti, "Mondo cane" dal quale il genere prese appunto il nome. Si trattava di una serie di finti documentari nei quali si potevano vedere (presunte) nefandezze di ogni tipo, perversioni sessuali impensabili per l'Italia democristiana di quegli anni, situazioni ovviamente fasulle, ma pruriginose abbastanza per fare incassare a quei film miliardi di lire
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Una delle pellicole più famose di questo genere, fu sicuramente "Svezia, inferno e paradiso", dove la voce fuori campo di Enrico Maria Salerno commenta le immagini girate da Luigi Scattini, raccontando un mondo freddo, popolato da fanciulle bionde e disinibite, tristi e senza anima, con una serie di situazioni che dipingono la decadenza morale di quello stato socialista.
Scene dove le donne bionde preferiscono africani virili agli emigranti italiani, dove si mostra uno stupro (ma come? Non era un documentario?) da parte di alcuni motociclisti su di una fanciulla minigonnata (qui la voce fuoricampo recita che a causa dei frequenti stupri molte ragazze diventano lesbiche, giuro che lo dice per davvero), e dove i giovani prima vanno a scuola di educazione sessuale e poi alla sera fanno pratica.
La cosa migliore del film è la straordinaria colonna sonora scritta dal maestro toscano Piero Umiliani, che nasconde una perla che rischiò quasi di non vedere la luce, al punto da essere presente solamente nella versione americana del disco, uscita l'anno successivo in concomitanza con la distribuzione del film negli USA.Ho letto da qualche parte che fu un bambino, in visita al padre, tecnico del suono dello studio dove si stava analizzando il materiale arrivato dall'Italia, che scoprì questo pezzo, successivamente ribattezzato e pubblicato dall'editore americano come Mah-nà Mah-nà. Non so se la storia de ragazzino sia vera, quel che certo è che il successo di questo pezzo arriva grazie a Jim Henson, infatti in qualche modo il brano arriva alle sue orecchie e lui lo fa interpretare, la sera del 27 novembre del 1969, durante la 14° puntata di Sesame Street Fever, da un suo pupazzo nuovo, da allora noto come Mahna Mahna. Esplode la MahnaMahna mania che contagia tutte le radio americane e rende quei due minuti scarsi un successo planetario.
Qualche anno dopo, nel 1976, in occasione della prima puntata della serie The Muppets Show, il brano ritorna, questa volta Mahna Mahna è accompagnato da due vocalist, ovviamente pupazzi, The Snowths. Ed è in quella puntata che io e Michele sentiamo la canzoncina che stiamo fischiettando quella mattina.
Siamo vicini a Pasqua, e suor Adeodata (oppure suora Deodata, non mi mai capito come si scrivesse), la nostra maestra nata nel 1927 a Caorle, ci assegna un compito facile, da fare in coppia: un disegno che rappresenti la resurrezione di Cristo. Io e Michele ci mettiamo subito al lavoro, disegnamo una grotta dalla quale esce Gesù, iniziamo a colorarlo, poi ci guardiamo e compiamo il primo atto goliardico della nostra vita, nella parte lasciata bianca del cielo scriviamo "Mahrabara, tuturutu!" (Sbagliando ovviamente lo spelling).
Quando consegnamo il disegno tratteniamo le risate a fatica, ma già alla sera mi pento amaramente di quella bravata.
Il giorno dopo la suora ci accoglie con un sorriso che non promette niente di buono, quando consegna i disegni siamo gli ultimi ad essere chiamati, ci trasciniamo come due piccoli condannati a morte davanti al plotone d'esecuzione, arrivati alla cattedra ci dice che il disegno è molto bello e che ci meritiamo un 8. Mentre ci guardiamo stupidi, la maestra spiega al resto della classe che "Mahrabara" vuol dire benvenuto in aramaico (così almeno sostiene lei), però, e si rivolge a noi, non capisce il significato di "tuturutu". In fin dei conti sono un bambino prodigio, ho saltato una classe mica per niente, guardo la suora e improvviso, le spiego che è il canto degli uccellini a primavera. La suora ci casca, e torniamo ai nostri banchi orgogliosi del nostro colpo di genio.
La scuola elementare Imelda Lambertini ha chiuso anni fa, probabilmente a causa del calo delle vocazioni (niente suore, niente maestre) o forse è stata colpa del crollo delle nascite in città, forse i costi erano insostenibili, anche se il palazzo è vuoto da allora. Non ne ho idea, ma al posto della targa con il nome della scuola adesso c'è un buco sull'intonaco, una specie di ferita non rimarginata.
Michele lo incrocio ogni tanto tanto, abita ancora a Venezia, e ovviamente è ancora interista, nel 2010 è riuscito ad andare a Madrid per assistere alla finale di Champion's Vinta dall'Inter, a conferma che non tutti gli interisti sono uguali.
Io invece, con buona pace dei vincenti, di chi ha "l'occhio della tigre", ho deciso di stare fermo, a volte quando la vita ti fa spiaggiare su secche impreviste non c'è nulla da fare, se non aspettare l'alta marea.
I buried him down by the river 'cause that's where he liked to be and every night when the moon is high I go there and weep openly To love is to Bury - Cowboy Junkies
La perfezione esiste, la incontriamo spesso, quasi ogni giorno, il problema è che quasi mai siamo preparati, perché nella nostra limitata e imperfetta mente La Perfezione è qualcosa di astratto, di irraggiungibile, di perfetto appunto. Nella migliore delle ipotesi, quando quell'attimo ci si materializza davanti siamo distratti, e non riusciamo a capire che non ci sarà nulla di migliore, che siamo già arrivati davanti al capolavoro che non si può superare. Tra le poche doti di cui mi posso vantare, oltre ad un discreto senso dell'orientamento, c'è quella di saper riconoscere un capolavoro, un'opera perfetta quando ce l'ho difronte. Certo si tratta di un dono quasi inutile, preferirei sapere elencare in ordine alfabetico le capitali europee ruttando, oppure riuscire ad imitare alla perfezione Bombolo, ma questo è quello che ho, come una volta disse Arthur Ashe: "Start where you are. Use what you have. Do what you can".
Comunque riconoscere un capolavoro nel preciso momento in cui lo stai vivendo, può anche essere una bella cosa. Tempo fa ho conosciuto una persona, per 3 giorni mi sono perso nei suoi occhi azzurri, ho vissuto in un mondo perfetto, con unicorna rosa e sguardi magici. In quel preciso momento sapevo che quello che mi stava accadendo era un miracolo di perfezione, l'allineamento dei pianeti che capita esattamente quando l'album Tabula rasa elettrificata dei CSI è primo in classifica e Mourinho fa vincere il triplete all'Inter. Ero Elliot Smith ottimista (per gli amanti della retorica, dicesi "ossimoro") che riscrive "I didn't understand" cambiando l'ultima parte della strofa "once talked to me about love/ And you painted pictures of a never never land / And I could have gone to that place / But I didn't understand" in "I did understand". L'avevo capito, eccome se l'avevo capito, ma saperlo mi ha fatto viverlo in modo diverso? Forse si, ho respirato ogni secondo di quei giorni come fosse l'ultimo, non perché interista e dunque convinto che le cose belle non possano durare, ma semplicemente perché sapevo che stavo vivendo un momento perfetto, che forse sarebbe diventato qualcos'altro, ma l'unico modo per salvarlo era quello di conservarlo in un posto sicuro della mia memoria, dove andare nei giorni tristi che (puntualmente) sarebbero arrivati.
Quando mia sorella decise di lasciare casa e trasferirsi in un appartamento con alcuni amici io , come un piccolo pesce pilota, mi accodai alla sua conquista di libertà ed iniziai a passare sempre più tempo, soprattutto di sera, nella nuova casa assieme ai suoi coinquilini. Le serate non erano nulla di speciale, qualche cena, partite a mahjong, se capitava un film in VHS (avrei voluto dire betamax, ma i suoi coinquillini non erano cosi eccentrici). Già mi bastava questo per sentirmi meglio, l'importante era stare il più a lungo possibile lontano da casa mia, dalla sedia vuota di mia madre, da quella voragine che mi stava inghiottendo. I tipi che abitavano con mia sorella erano vecchi, attorno ai 30 anni, diversi da qualsiasi altra persona che conoscevo all'epoca, con una cultura musicale, e non solo, diversa dalla mia. Per un certo periodo la colonna sonora di quelle serate fu un vinile di una band canadese a me sconosciuta, tali Cowboy Junkies. Quelle ore passate in loro compagnia erano perfette anche se non soprattutto per quella musica. Ad un certo punto pensai che non ci potesse esserci nulla di migliore la fuori, nella vita, che fosse inutile cercare qualcos'altro, perche già mi trovavo davanti alla Perfezione.
Saltò fuori, senza nemmeno sorprendermi troppo, che dalla vita avrei potuto ottenere qualcosa di più, semplicemente perché non hai scelta, anche se non vuoi, devi continuare a camminare, non importa se pensi di aver trovato la perfezione e vorresti restare in quel momento per sempre.
Da codardo come sono però scelsi di non muovermi, almeno per quanto riguarda la musica dei Cowboy Junkies, da quel disco, "The trinity session", convinto che non sarebbero riuciti a fare nulla di migliore, una volta che sei arrivato in cima ti fermi, oppure inizi a scendere. Io, con loro, decisi di fermarmi, e non volli ascoltare nulla dei loro lavori successivi. Quello era il secondo disco dei Cowboy Junkies, una band formata quasi interamente dai membri della famiglia Timmins: Michael, Peter e la loro splendida sorella Margo alla voce. Che fosse splendida l'avevo deciso io, perché l'unica pecca di quel disco era la mancanza di fotografie, ad eccezione di quella molto fumosa della copertina, dove si intravedevano i fratelli Timmins e Alan Anton, bassista della band. Ma con una voce del genere, che ti faceva innamorare dopo i primi 30 secondi, non potevi che immaginarti una creatura dalla bellezza angelica.
La genesi del disco è una storia nella storia, registrato in presa diretta nella chiesa della "Santa Trinità" di Toronto (da qui il titolo "The trinity session") con i musicisti messi a cerchio attorno ad un unico microfono. Il soffitto a volta di legno della chiesa è l'arma segreta che rende l'acustica impeccabile, l'atmosfera eterea quanto basta, senza sovraregistrazioni o effetti speciali in fase di remix. L'intesa tra la band e i musicisti ospiti, incluso un quarto fratello Timmins, John, è perfetta, confermato dal fatto che, stando alle note interne del disco, tutti i pezzi vennero registrati in un unica sessione il giorno 27 novembre 1987.
Leggendo su Wikipedia pare che il brano che apre il disco, "Mining for gold" 94 secondi di sola voce, sia stato registrato qualche giorno dopo da Margo durante la pausa pranzo presso la "Toronto Symphony Orchesta" dove immagino la bella cantante lavorasse. Mentre uno dei pezzi più riusciti, "Misguided Angel", fu registrato in extremis, quasi a notte fonda, dopo aver strappato altre due ore di affitto della chiesa allungando 25 dollari al guardiano. Il disco ha 12 brani, in parte originali e in parte cover, tra tutte la più nota è "Sweet Jane" che spinse le vendite del disco, e che resta a tutt'oggi il loro più grande successo. Ma il disco nella sua interezza è meraviglioso, uno di quei 10 da portarsi in un isola deserta. Da ascoltare almeno un paio di volte al mese, possibilmente quando fuori è già buio, perché questo è un disco notturno, da luci soffuse e tappeti persiani.
Difficile dire quale brano sia il migliore, probabilmente per me è quello che da il titolo a questo post "To love is to bury" (usato anche dai quei buontemponi degli sceneggiatori di "True blood" per un episodio della saga), che racconta, con un pizzico di ironia, la storia di un amore finito male. Pochi giorni fa Leonard Nimoy, ovvero il signor Spock, se ne è andato, alla bellezza di 83 anni (a dispetto dello stupore e di tutti i vari RIP che ho letto in giro, direi che non gli è andata così male). Il suo ultimo tweet è una di quelle frasi che farebbero la gioia di Fabio Volo, ammesso che riesca a capirla, dice una cosa tipo: "La vita è come un giardino. Si possono avere dei momenti perfetti, ma non conservarli, se non nella memoria".
Muoversi sempre, continuare a scoprire cose nuove, ad eccezione degli album dei Cowboy Junkies ovviamente, se si incontra la perfezione bisogna essere pronti a riconoscerla, a viverla e poi a ricordarla, ma non si deve essere così stupidi da pensare che possa durare per sempre, che si possa ripetere.
E se si naufraga in un paio di occhi azzurri pazienza, la perfezione può aspettare.
"Ya running and ya running / But ya can't run away from yourself"
Running Away - Bob Marley
Fino alla prima versione cinematografica di "Superman" (quella con Christopher Reeves, per intendersi) , il primo vero film di successo di quel genere, il mondo dei supereroi era relegato alla carta, ingabbiato, e neanche troppo, negli albi colorati della Corno. In precedenza c'erano stati dei tentativi di trasportare la magia dei fumetti sullo schermo, quasi sempre produzioni per la televisione, come il meraviglioso "Batman" interpretato negli anni '60 da una "atletico" Adam West, una specie di diorama che già sapeva di vintage in quegli anni, dove i cattivi erano bidimensionali e dove Batman non perdeva occasione per spiegare ai giovani spettatori come fare i bravi e come fosse bello rispettare le regole. Verso la fine degli anni settanta arrivarono anche in Italia le serie TV che nel frattempo le varie emittenti USA stavano producendo, come "L'uomo di Atlantide", ispirato al personaggio di Aquaman, una versione discretamente dimessa.
Molto più apprezzata erano invece le avventure di Hulk, che aveva la sigla di coda più triste della storia della TV (cercatela e fatemi sapere se mi sbaglio) ed effetti speciali ridotti all'osso, ma sufficienti a riempire di meraviglia i ragazzini della mia età, al punto che quando un mio amico, un po' più grande di me, disse che Hulk non era un robot ma bensì un culturista dipinto di verde, feci molta fatica a credergli. Comunque quello che mancava per consacrare il passaggio dalla carta alla pellicola era un vero e proprio film per il cinema. Il 12 maggio 1978, dopo molto insistere, venni accontentato da mio padre, che mi portò a vedere "L'Uomo Ragno" al cinema Rossini di Venezia, una delle più grandi sale del centro storico, tornata di recente ad essere nuovamente un cinema dopo anni di abbandono. La pellicola sull'Uomo Ragno non era esattamente una produzione cinematografica, in realtà era stato pensata come serie TV dai produttori americani, ma in Europa si preferì distribuirlo nelle sale.
Per usare un termine tecnico, il film è una merda, la storia ha dei buchi colossali inspiegabili, gli effetti speciali sono imbarazzanti anche per quegli anni, a partire dalla rete sparata dei polsi del buon Spider Man, una specie di cordino di lana, fino alle sue arrampicate sulle facciate di palazzi, che anche ad un bambino di 9 anni sembravano esattamente quello che erano, cioè dei "bassorilievi" orizzontali sui quali l'attore si limitava a correre a quattro zampe.
Ciò nonostante rimasi catturato da quel film, dopo aver letto per anni le sue storie sugli albi della Corno, vedere l'Uomo Ragno dal "vivo" mi sembrava un sogno, se qualcuno avesse fotografato la mia faccia alla fine del film, avrebbe capito il significato della felicità. Mentre uscivamo dall'enorme sala del cinema Rossini, un vecchio si parò davanti a mio padre e gli sibilò qualcosa, io capii l'ultima parola, "kociss", chiesi a mio padre se conoscesse quel signore, mio padre disse di no. Poi gli chiesi se sapeva chi fosse questo Kociss, lui mi disse di si e mi raccontò la sua storia.
All'epoca Silvano Maistrello, per tutti Kociss, aveva circa 30 anni, era nato poco dopo la fine della seconda guerra mondiale a Castello, la zona più popolare di una Venezia ancora città normale, povera ma non ancora narcotizzata dal turismo, la sua casa si trovava in via Garibaldi, proprio nel cuore di Castello, un sestiere off limits in quegli anni per i turisti ma anche per molti veneziani (mia zia ci entrò per la prima volta da maggiorenne, nei primi anni 60, e ancora lo racconta come una sorta di viaggio in un mondo lontano e selvaggio).
L'infanzia di Silvano non e delle più felici, la sua è una famiglia poverissima e particolare in una zona della città di per se difficile, abita con il nonno spazzino, la nonna casalinga, e i numerosi fratelli che gli regala la madre, sempre da padri sconosciuti, che porteranno tutti il suo cognome. Da bambino è gracile, sporco e sempre affamato, la reputazione della madre lo rende oggetto di disprezzo e derisione da parte di tutti, in questi anni probabilmente accumula rabbia nei confronti di chi ha di più, e un amore incondizionato per la propria famiglia. Da ragazzino inizia a farsi notare per la sua agilità incredibile, una specie di piccolo "Uomo Ragno", e le sue doti atletiche da portiere. Mio zio, suo coetaneo, mi ha raccontato di averci giocato contro e mi ha assicurato che era il miglior portiere che avesse mai visto in azione, ma detto da mio zio, la cui fantasia farebbe invidia al barone di Munchausen, potrebbe anche non essere vero, se pur la stessa notizia l'ha riporta il giornalista Roberto Bianchin nel suo bel libro "Kociss".
Purtroppo però Silvano non è nella condizione di poter continuare a giocare a pallone, da adolescente già si mette nei guai con le istituzioni, che pensano sia meglio tirarlo fuori da quella situazione famigliare così deteriorata per metterlo in collegio, uno dei numerosi casi di tempistica sbagliata della vita del Kociss. La sua rabbia è ormai un fiume di lava incandescente, che non si può spegnere con un secchiello d'acqua. I primi “atti criminali“ di Silvano sono furti nelle case dei ricchi o nei negozi di pellicce, le rapine, quelle vere, avverranno nella seconda fase della sua carriera da bandito. Intanto il mito del Kociss continua a crescere e supera i confini di Castello per diventare il simbolo della ribellione per molti giovani della provincia veneta. Sembra imprendibile, e anche quando succede che la Polizia riesca a bloccarlo, lui trova sempre un modo per scappare.
Le sue fughe rocambolesche riempiono le cronache dei giornali alimentando la sua leggenda, una volta riesce a scappare dal carcere di Treviso saltando da oltre 4 metri d'altezza (altro che Uomo Ragno) mentre i mitra delle guardie che dovevano fermarlo s'inceppavano, un'altra volta fugge durante un trasferimento in treno, lanciandosi dalla carrozza in corsa, addirittura scappa direttamente dal tribunale di Venezia. Anche quando tutta la polizia lo cerca, continua a materializzarsi in via Garibaldi, per trovare l'amata sorella, o per regalare qualche soldo a chi non ne ha. Inoltre tutti sanno che non ha mai sparato, non ha mai ucciso nessuno, menato le mani si, ma usato una pistola mai. Non ha ancora trent'anni ma Kociss oramai è una leggenda, un bandito dal cuore d'oro, una specie di Robin Hood. A metà anni settanta molta della criminalità assume colorazioni politiche, c'é chi stringe alleanze con la destra eversiva e i servizi deviati, come succede per la Banda della Magliana, e chi si avvicina alle Brigate Rosse, come pare capiti a Silvano, di certo il suo carisma e la sua personalità non lo rendono un bandito comune.
Sempre negli anni settanta scoppia il business della droga, dell'eroina in particolare, traffico gestito da criminali che capiscono che con la droga si guadagna di più e si rischia di meno rispetto a rapinare banche. Ma spacciare droga vuol dire avvelenare decine di ragazzi, spesso dei quartieri più poveri, come appunto Castello a Venezia. Siccome lui é il Kociss, sa che non potrà sottrarsi dal gestire questa traffico, e forse anche per questo Silvano matura l'idea di mollare tutto e volare a Londra dalla sua donna (dalla moglie si era già separato), una ragazza inglese dalla quale aveva avuto un figlio. Prima però progetta l'ultima rapina, giusto per partire con un po' di contanti. Il piano é semplice, prevede un colpo in una banca del centro storico di Venezia, la fuga in barchino, nascondersi qualche giorno e finalmente lasciare la sua carriera criminale una volta per tutte. Del colpo sono informati un paio di amici stretti, forse quattro.
E' il 12 maggio 1978 quando Kociss esce dalla banca assieme al complice, al solito senza aver sparato un colpo, saltano nel barchino e si dirigono verso la laguna , puntando al canale dei Mendicanti, che costeggia il Campo SS Giovanni e Paolo, dove si trova l'ospedale principale della città. La reazione della Polizia é a dir poco imprevedibile, i punti di fuga dalla banca rapinata sono molti, stranamente però le barche della Polizia escono in laguna e si dirigono proprio verso il canale dei Mendicanti, l'ipotesi che qualcuno abbia fatto la spia è rafforzata dal fatto che molti testimoni affermano di aver visto galleggiare nei canali della zona dei sacchetti di plastica.
Per i non veneziani il sacchetto di plastica è la kryptonite di tutti i motori, infatti il vortice causato dall'elica in movimento risucchia il sacchetto che finisce per avvolgerla, provinandone il rallentamento e a volte il blocco totale. Non a caso a Venezia, quando qualcuno inciampa con le parole o balbetta gli si chiede se "Ti ga ciapà un nailon?" (Hai preso un nylon?). Il barchino del Kociss è ad un centinaio di metri dalla laguna aperta, ma il motore, proprio per colpa di un "nailon" si ferma, una barca della polizia si mette di traverso al canale e gli blocca la fuga, altri poliziotti sono sul campo che si affaccia sul canale, che aspettano, evidentemente sanno chi è quel tipo col passamontagna e il giubbino antiproiettile, lui non si perde d'animo, volta le spalle ai poliziotti e cerca di far ripartire il motore.
A quel punto uno degli agenti, il più giovane, perde la calma e spara, la mano non è ferma e i colpi mancano Silvano, colpiscono però il motore e rimbalzano, infilandosi esattamente in quei centimetri di fianco lasciati scoperti dal giubbino e recidono l'arteria di un rene.Mi sono immaginato quella scena mille volte, con il poliziotto che spara al ralenty, e con Bob Dylan che in sottofondo canta "Knocknin' on heaven 's doors", sapendo che nessuno avrebbe aperto a Silvano, perché è vero quello che cantava Alberto D'Amico, un cantante che una volta si definivano "di protesta", coetaneo di Kociss: " ma in paradiso ghe xè i caenassi / la magna solo chi ga i palassi". (Ma in paradiso ci sono i catenacci / li mangia solamente chi ha i palazzi).
L'ospedale è letteralmente ad un minuto dalla barca, ma quando Kociss ci arriva non c'è più niente da fare. All'epoca non ci sono cellulari eppure la notizia impiega attimi ad attraversare la città, ed è quello che sta dicendo quel vecchio a mio padre all'uscita dal cinema: "I ga copà el Kociss", hanno ucciso il Kociss. Di solito i banditi vengono freddati dentro le proprie macchine, oppure davanti a qualche palazzone squallido delle periferie italiane, ma siccome siamo a Venezia, anche gli omicidi godono di una location artistica, così Silvano Maistrello, detto Kociss, finisce la sua ultima fuga davanti ad uno dei più belli fondali della città, il campo SS Giovanni e Paolo, se aveva vissuto l'infanzia circondato dallo squallore, i suoi ultimi istanti li passa immerso nella bellezza.
Circa una settimana dopo si svolgono i funerali, ovviamente in via Garibaldi, stracolma di persone venute a salutare l'ultimo bandito di Venezia, il figlio maledetto, cresciuto a botte e fame, che la rabbia aveva fatto diventare loro Re, senza che lui lo volesse. In un mondo perfetto Kociss sarebbe cresciuto in una famiglia povera ma dignitosa, come ce n'erano a centinaia in quel periodo, forse sarebbe riuscito a diventare un vero portiere, e forse adesso sarebbe un pensionato che passa le giornate tra ombre e chiacchiere. In un mondo meno perfetto, nessuno avrebbe fatto la spia, nessun "nailon" avrebbe bloccato la sua fuga, e adesso probabilmente Kociss sarebbe un signore veneziano a Londra.
Ma in questo mondo, l'unico che abbiamo, un signore, pentito, che di nome fa Felice e sulla carta d'identità ha scritto "imprenditore", guida macchine sportive indossando foulard di seta, dopo aver scontato in carcere una media di quattro mesi per ogni persona che ha ucciso, mentre un ragazzo di trent'anni, che dalla vita ha ricevuto solo pugni in faccia, ha finito per pagare con due proiettili ogni singolo peccato commesso, proprio quando cercava di lasciare la sua vita alle spalle per cercare un sogno, evidentemente troppo grande per lui.
Forse semplicemente Stan Lee l'aveva già capito, facendo dire allo zio di Peter Parker: «da un grande potere derivano grandi responsabilità».