mercoledì 11 giugno 2014

Sport # 4 - Lo sportivo dell'anno

"Aspetterò lungo la riva del fiume, prima o poi vedrò passare il cadavere del mio nemico."


Non sono riuscito a capire chi abbia pronunciato per primo queste parole, dovrebbe essere un tizio cinese, dunque si tratta di Sun Tzu, di Confucio o di Mao. Oppure semplicemente è stato lo sguattero di qualche ristorante cinese, obbligato a scrivere i messaggi nei biscotti porta fortuna, e poi la cosa ha preso piede.
Quello che è sicuro è che la frase si usa sempre come compensazione per un torto subito, come una promessa di vendetta, quando spaccheresti la faccia a chi ti ha fatto uno sgarro, ma per vari motivi non puoi.
Nella vita reale capita raramente di vedere il cadavere del tuo nemico passarti davanti, e non dipende solamente dalla corrente. Le sconfitte sono come le ciliege, una tira l'altra, e a volte nemmeno lo Zambesi in piena potrebbe renderti giustizia.


Il primo anno da "Giovanissimo" (una delle categorie delle squadre giovanili di calcio) fu particolarmente tormentato. Ero tra i più piccoli d'età del gruppo, probabilmente il meno bravo, sopperivo però alla mancanza di tecnica con un impegno straordinario.

Durante gli allenamenti ero il primo ad entrate e l'ultimo ad uscire, ma in qualche modo l'allenatore non mi considerava. Iniziai a nutrire dei sospetti quando dopo qualche giornata ci trovammo in emergenza. L'ultimo allenamento prima della partita contai i giocatori a disposizione, con me eravamo 11, finalmente dopo quasi 2 mesi avrei fatto li mio esordio.
La domenica il "mister" pensò bene di convocare 2 ragazzi della squadra più giovane, così mi ritrovai ancora una volta in panchina. E questo continuò fino alla fine del campionato.


La squadra vinceva sempre, sembrava logico non cambiare i titolari, l'allenatore poi era vecchio stile e non aveva certamente la stoffa dell'educatore.
Uno dei suoi cavalli di battaglia era "Vi credete forti? Se mi lego le mani dietro la schiena vi spacco il culo solamente a testate", scuola Montessorri praticamente.
Il tipo era così cretino che una volta trovò scritto sui muri dello spogliatoio il suo cognome con a fianco una parolaccia (il marito di "cassa"). Andò su tutte le furie, si procurò un pennarello e chiese a tutti di scrivere  (giuro che è vero) la stessa parola sul muro per mettete a confronto la calligrafia.
Con un personaggio del genere non avevo speranze.

Foto della rosa completa, il secondo in basso da destra, il futuro "Sportivo dell'anno"
Ciò nonostante continuavo ad allenarmi, due volte alla settimana, il Martedì e il Giovedì, come nulla fosse. La situazione era così palesemente anomala che pure alcuni miei compagni di squadra iniziarono a lamentarsi, ma nulla cambiò.


Chiusi l'anno con in totale due misere apparizioni: 20 minuti sul campo di San Donà (una specie di oratorio/arena di sabbia, con il  pubblico composto in prevalenza da ultras Serbi) e il primo tempo dell'ultima partita in casa, unica presenza come titolare, solamente perché il dodicesimo giocatore arrivò troppo tardi. Due sole presenze, come il numero di allenamenti saltati in tutto a stagione.


L'anno successivo per motivi di età quasi tutta la squadra passò alla categoria maggiore, "Allievi", anche se per alcuni dei miei compagni sarebbe stato più logico aspettarsi il trasferimento in Riformatorio, ma quella è un'altra storia.

Iniziai a giocare sempre da titolare, ma poi finii per fare il rincalzo alla squadra degli "Allievi" coprendo tutti i ruoli, incluso anche quello del portiere (vedi Guy Goma).

Fu verso Natale di quell'anno che successe una cosa bizzarra e imprevedibile, la corrente del fiume cambiò direzione e vidi passare, per la prima e ultima volta nella mia vita, il cadavere del mio nemico.
Ogni anno tutti gli atleti delle varie polisportive della zona venivano invitati al Palasport per una specie di festa di Natale, occasione per scambiarsi gli auguri e per premiare gli atleti che meglio si erano distinti l'anno precedente.
In un palazzetto stracolmo di ragazzini dai dieci ai diciotto anni, tutti in attesa di una fetta di pandoro, iniziarono le premiazioni. Arrivati a quelle per il calcio sentii il mio nome, pensai ad un errore, poi un mio compagno mi disse che davvero mi stavano chiamando. 
Così mi trascinai lentamente sul palco, dove un dirigente sportivo della mia società (che l'anno prima ovviamente non aveva mosso un dito) mi diede una targa con il mio nome, con su scritto "Sportivo dell'anno", mi ringraziò pubblicamente per il mio impegno e per aver onorato lo Sport. 

Stretta di mano e foto ricordo.

Evidentemente qualcuno si era accorto del mio impegno, avrei dovuto ringraziare l'allenatore che mi aveva permesso di vincere il premio, ma era inutile cercarlo nel pubblico, perchè era stato cacciato ad inizio anno.
Però mentre tornavo a casa, forse a causa del buio, sull'acqua del canale vicino al Palasport mi sembrò di intravedere qualcosa galleggiare verso di me, ma quando passai sotto i lampione mi accorsi che si trattava solamente di un gioco d'ombre. Oppure no?


Lo Zen e l'arte di vincere un premio senza giocare.

venerdì 6 giugno 2014

Musica # 15 - Zungguzungguguzungguzeng

Zungguzungguguzungguzeng
Zungguzungguguzungguzeng

Seh if yuh have a paper, yuh must have a pen
And if yuh have a start, yuh must have a end
Seh five plus five, it equal to ten
And if yuh have goat, yuh put dem in a pen
And if yuh have a rooster, yuh must have a hen, now

Zungguzungguguzungguzeng - Yellowman


Ci sono molti ponti che possono unire delle persone che non si conoscono, come la musica, la cucina, lo sport. Ne ebbi la prova quell'estate durante la quale passai quattro settimane nel campus dell'università di Grenoble per seguire un corso di francese.

Della mia scuola eravamo arrivati in circa quaranta, ognuno  aveva la sua stanza nei dormitori lasciati vuoti per le vacanza estive dagli studenti universitari. Ogni edificio aveva il nome di un illustre francese del passato, quello in cui stavo io si chiamava Diderot, altri avevano nomi di compositori oppure di eroi della Rivoluzione. 
Gran parte degli studenti universitari era in vacanza, chi era rimasto l'aveva fatto malvolentieri, perché non aveva avuto altra scelta, di fatto tutti gli studenti/residenti che incrociammo erano principalmente immigrati dalla Francia francofona. 

Dopo un paio di giorni di assestamento mi recai in città in cerca di un negozio di dischi, convinto che ne avrei trovato uno con un reparto "Reggae" ben fornito, dalla prima missione tornati con un paio di dischi degli Steel Pulse ed un paio di Yellowman. 
Non avevo il giradischi, ma già le copertine mi davano una certa soddisfazione, a partire da quelle di Yellowman, uno spilungone albino di rara bruttezza.


 La copertina di Zungguzungguguzungguzeng, una delle più brutte di sempre.

Arrivato a Venezia ascoltai per interi pomeriggi i miei nuovi acquisti, mettendo alla prova la pazienza di mia madre, che se pur apprezzava Bob Marley, ebbe un certa difficoltà ad ascoltare le nenie ipnotiche di Yellowman, ma per i figli si fa questo e altro.

A Grenoble, tra i corridoi del dormitorio avevo fatto la conoscenza di Bouch, un tipo dal Gibuti, parlammo di  reggae e diventammo subito amici. Siccome eravamo vicini di stanza gli prestai i dischi perché se ne facesse una copia su cassetta (si, parliamo di molti anni fa), per ringraziarmi preparò per me e per un paio di miei amici una spaghettata con il ragù più speziato che a tutt'oggi abbia mai mangiato.

In giro per il "Diderot" capitava di incontrare altri personaggi, tra tutti c'era Nourdine, un Tunisino con una rassomiglianza incredibile a Bob Marley, seguendo il metodo Stanislawsky si calava così tanto nel personaggio da spaccarsi di trombe tutto il giorno, però era simpatico e non perdeva occasione per salutarmi e parlare di musica con me.


Poi c'era il calcio.
Il campo in terra battuta era poco distante dal mio dormitorio, ci andavo  appena ero libero dalle lezioni, di solito c'erano sempre due squadre a giocare (otto giocatori per parte), mentre gli esclusi nell'attesa si organizzavano, appena la partita finiva, la squadra nuova entrava, mentre i giocatori della squadra sconfitta uscivano, tutti tranne uno.

La presenza fissa del campo era George, un ivoriano gigantesco che io non riuscii mai a vedere fuori del quadrilatero da gioco. Come in una leggenda metropolitana, forse era già morto e una maledizione lo obbligava a non lasciare mai il campo, oppure c'era una spiegazione più logica, che però nessuno seppe darmi.

George aveva l'usanza di giocare senza maglietta, probabilmente per spaventare gli avversari con quel trattato di anatomia che erano i suoi addominali. Aveva un torace largo come un monolocale sul quale si adagiava, trattenuto da una collana d'oro di un paio di etti, un medaglione che riproduceva il continente africano, in scala 1:5.

George giocava in difesa, come libero vecchia maniera, e seguiva con religiosa meticolosità il precetto "Se passa l'uomo, non passa la palla. E viceversa".
Anche per questo difficilmente la sua squadra perdeva, ma nelle poche, rare sconfitte nessuno aveva il coraggio di mandarlo fuori.

Una volta mi capitò di marcare un tipo nord africano, probabilmente algerino, mi arrivava poco più in alto dell'ombelico, da quando avevo undici anni non mi trovavo di fronte un avversario così basso.
Intravidi un mio compagno a bordo campo e gli indicai, ammiccando, l'altezza del tipo, però non mi accorsi che il mini-giocatore mi stava guardando. Ora, se è vero che le persone basse sono molto suscettibili quando si tratta della propria altezza, è anche vero che ci sono delle eccezioni. Purtroppo non era questo il caso, e il pigmeo algerino iniziò ad inveirmi contro, colpendomi con calci e pugni.

Allora dalla difesa lontana si fece avanti George, non corse nemmeno, fece dei lunghi passi nella nostra direzione, e a circa 20 metri da noi urlò, anzi tuonò un "Laisse tomber!" (ndt "lascia perdere") che avrebbe fermato anche l'avanzata dei nazisti a Parigi nel Giugno 1940. E così fu, l'algerino si fermò  e riprendemmo a giocare.


A fine partita ringraziai George che mi disse: "Pas des problème mon ami, pas de problème". Non credo che intervenne per salvarmi, semplicemente non poteva accettare che a casa sua, in quel campo del quale si era auto proclamato imperatore, ci fossero dei disordini.




Quelle quattro settimane volarono, l'ultima sera ci furono feste nei vari dormitori, io passai la serata andando da un edificio all'altro, a salutare tutti i nuovi amici, sapendo che non li avrei più rivisti.

Il mattino dopo scesi con il mio zaino per andare al punto d'incontro dal quale, in gruppo, avremmo raggiunto la stazione, nella hall del dormitorio trovai Nourdine, dentro ad un carrello da supermarket, fumato come al solito con un occhio mezzo aperto. Quando mi vide fece un sorriso e cercò di uscire, invano, dal carrello. Mi avvicinai e mi disse che il giorno prima mi aveva cercato in giro per le feste ma che non era riuscito a trovarmi, non voleva che partissi senza avermi prima salutato, siccome non si ricordava il numero della mia stanza, aveva deciso di aspettarmi nella hall, e che era in quel carrello da circa le 3 di notte.

Io commosso lo ringraziai, e mentre si riaddormentava farfugliò: "Pas de problème mon ami, pas de problème. Nous Rasta, on fait comme ça."

lunedì 2 giugno 2014

Musica # 14 - Little Bird

Where's my pretty bird
He mut have flown away
If I keep singing
He'll come back someday

Little Bird - The Beach Boys

Steve è l'unica persona con la quale ho parlato ad avere una pagina su Wikipedia in Inglese, certo, una piccola pagina, ma è pur sempre qualcosa.
Cresciuto a New York, nei primi anni '60 si era trasferito poco più che adolescente in California per rincorrere il suo sogno "Beat". Aveva perciò iniziato a frequentare tutti i posti più freakettoni di Los Angeles mentre si laureava in letteratura Inglese alla UCLA.


Steve nel suo periodo Beat
Si era fatto un certo nome come poeta, al punto che fu notato dai fratelli Wilson (i tipi dei Beach Boys) con i quali iniziò a collaborare.
Due delle sue poesie piacquero così tanto che Brian Wilson ci costruì due brani, non certo tra i loro più famosi, ma sicuramente tra i più interessanti: "Be Still" and "Little bird", che finirono in "Friends", il disco più spirituale dei Beach Boys. L'album da molti fu considerato il tentativo da parte loro di diventare adulti, di creare un'opera "alta", per avvicinarsi ai Beatles, purtroppo fu anche il loro più grande flop (anche se successivamente rivalutato dalla critica), evidentemente il loro pubblico era rimasto fermo a "Surfin' USA" e non li seguì nella svolta hippie/filosofica che i Beach Boys avevano deciso di prendere grazie anche all'influenza di Steve.

Quando lo conobbi erano passati quasi trent'anni da quel disco, il periodo Beat era finito e Steve aveva attraversato gli irrrequeti anni '70 e l'orgia degli anni '80 Reaganiani quasi indenne. Continuava a ricevere le royalties di quei brani (ma anche di altri, perché aveva poi scritto per altri musicisti), per arrotondare aveva affittato la sua casa, mente lui viveva nella dependance di una villa di un ricco della zona, per il quale "curava" l'enorme biblioteca privata.

Da anni orbitava attorno al ristorante dove lavoravo, era una specie di giullare della corte dei miracoli che mio zio si era costruito. Componeva rime su richiesta e intratteneva (disturbando) gli ospiti VIP del ristorante, per lui c'era sempre un piatto di pasta e un bicchiere di vino, ad essere onesti per quel trattamento oggi farei ben di peggio, visto che quando l'incontrai la prima volta aveva più o meno la mia età di adesso, e non è che me la stia cavando poi così tanto meglio.

Ma Steve era un personaggio che faceva parte della mitologia della "West Coast" degli anni sessanta, perciò tutti lo sopportavano, in fondo senza nemmeno troppa fatica. 
Non aveva mai perso di vista la fauna fatta di produttori, parolieri e compositore dello Show Business di Hollywood e aveva un'agendina telefonica seconda solamente a quella di Gianni Minà.

Passai un sacco di serate e di pranzi domenicali (ai quali puntualmente si autoinvitava) in sua compagnia, era una persona splendida, dolcissima, per la quale "peace and love" era realmete un modo di vivere.
Poi partii per l'Italia e non lo sentii più. 


Foto di Steve nel ristorante (in sotto-sotto fondo il divano letto)

A distanza di anni, un giorno squillò il telefono di casa, era Steve, mi disse che era in Italia e gli avrebbe fatto piacere incontrarmi, gli risposi che non c'era alcun problema e gli chiesi dove fosse. Quando sentii "Venezia - Santa Lucia" capii che ero nei guai.

Si piazzò nel mio divano letto per circa una settimana, lo portai in giro per le calli e i campielli, era come camminare con un bambino, ogni 10 metri si fermava a guardare un angolo di una casa, oppure un gatto su di una barca, senza mai smettere di parlare.

Una pomeriggio tornò a casa con un disco degli "Odissey", una oscura band funky soul degli anni '70 per la quale aveva scritto delle canzoni. Ascoltammo il pezzo inserito in quel CD, mi fece un autografo con dedica sulla copertina e lo misi tra la mia collezione, dove ancora sta, intoccato da quella volta.

Quella sera, mentre bevevamo del te verde seduto in divano parlammo di musica, avevo appena intervistato Morricone (si, quella storia la racconto un'altra volta) così il discorso andò subito sui film di Sergio Leone. Allora lui disse, tutto contento, che era molto amico di Rod Steiger, e per sgomberare ogni dubbio tirò fuori la sua leggendaria agendina, prese il telefono e chiamò, con la sua carta internazionale, a casa dell'attore.
Ci parlò per un minuto, gli disse che era in Italia, a Venezia, a casa di un suo caro amico, poi mi passò la cornetta.

Furono i due minuti più surreali della mia vita, me ne stavo a Cannaregio, Venezia, seduto in divano, a rompere i coglioni ad una vecchia gloria di Hollywood appena svegliata. Il tipo fu molto gentile, conosceva Steve abbastanza per capire la situazione, mi chiese come stavo, gli dissi che andava tutto bene, nonostante Steve. Lui fece esplodere una risata che assomigliava più ad un ruggito, poi disse: "It has to be a great day, if a poet drinks a cup of tea with you on your sofa". Come dargli torto.

Le ultime notizie che ho su Steve dicono che è riuscito finalmente a coronare un suo sogno, infatti, un paio di anni fa, la "light in the attic", una casa discografica americana specializzata in ristampe di dischi del passato (sono i tipi di Rodriguez, per intendersi) ha deciso di stampare il primo album interamente di Steve, registrato a fine anni '60 nello studio di Brian Wilson, che sembrava andato perduto per sempre.

Il mio numero è lo stesso di allora, così come il divano, speriamo si ricordi di portarne una copia.